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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Alice
"God is my DJ"

Milano. Carla Bissi e Francesco Messina sono forse la coppia meglio assortita della canzone italiana. Discreti, appassionati, profondi, stanno insieme da una vita senza mai dare la stura ad alcun pettegolezzo.

Un po’ perché vivonoin campagna, dalle parti di Udine, e dunque alquanto decentrati rispetto alla tradizionale geopolitica dei media: soprattutto quelli più curiosi e più istituzionalmente portati al chiacchiericcio. E un po’ perché, vita privata a parte, anche le loro collaborazioni musicali sono costruite in modo da non lasciare spazio alcuno a quelle scorciatoie maliziose che rappresentano il sale delle cronache d’oggidì: sempre più portate al "gossip" più becero e fine a se stesso, anche quando l’oggetto d’attenzione dovrebbe essere l’arte.

Guardate per esempio il modo in cui è congegnato il loro ultimo lavoro a quattro mani: "God is my dj", appena edito dalla Warner Fonit. Sono 15 temi che spaziano liberissimamente da Gavin Bryars - qui presente con l’indimenticabile salmodia "Jesus blood never failed me yet", da lui raccolta nel 1973, a Londra, per la precisione a Hyde Park, dalla viva voce di un clochard ancora brillo per le libagioni della notte precedente - fino a un Anonimo dell’undicesimo secolo, ovviamente transitando per i mondi sonori di Franco Battiato e di Veljo Tormis, di Florian Fricke (dei Popol Vuh) e perfino di David Crosby: per dare vita a un "microcosmo sacrale" tanto originale quanto profondamente intessuto delle loro personalità. Proprio per questa ragione di questo interessantissimo disco conviene parlare con entrambi. Anche perché quasi stavamo dimenticando di avvertirvi che Carla Bissi altri non è che Alice: donna fascinosissima e di una bellezza sempre più solare, ormai lontana anni-luce da quella tenebrosissima "chanteuse" che trionfò al Festival di Sanremo con "Per Elisa".

L'intervista

Domanda d’obbligo: come nasce il progetto di "God is my dj"?

Francesco. "Nasce da un lontano giorno di alcuni anni fa, quando accettai, forse un po’ incautamente, l’incarico di inventare una specie di colonna sonora da diffondere nelle sale di una grande e suggestiva esposizione d’arte sacra: "Ori e tesori d’Europa", per la precisione. Il compito non era dei più semplici, perché, innanzi tutto, l’età delle opere esposte copriva un’estensione temporale di un migliaio d’anni almeno, e, di conseguenza, il solo tentativo di collezionare riferimenti precisi ed originali avrebbe portato a un risultato alquanto disomogeneo. Non bastasse, ci trovavamo in un museo, e non in una chiesa, e la sola idea di metter mano a una qualche partitura sacra con un approccio eclettico e disinvolto, tanto caro a certa New Age, mi metteva addosso un certo disgusto...".

E dunque?

Francesco. "E dunque non mi restava altro da fare che mettere insieme tutto quello che avevo per casa, trovando piano piano un criterio di scelta: forse poco ortodosso, ma alquanto funzionale. Fu così che epoche e stili finirono di tormentarmi, e "sacro" e "non sacro" cominciarono a scompaginare i confini ben tangibili e visibili che fino a quel momento li avevano tenuti separati. Fu così che, imprevedibilmente, precipitarono dentro un unico calderone Taverner e i Popol Vuh, Tormis e Pärt, Ligeti e Peter Gabriel, Messiaen e Terje Rypdal... A tutti questi signori, avrei voluto chiedere perdono in anticipo per i "misfatti" commessi a loro totale insaputa, ma non ne ebbi materialmente il tempo. Perché le cose andarono benissimo fin dal primo istante, tanto che i visitatori della mostra erano tutti fermamente convinti di aver ascoltato ESCLUSIVAMENTE musica sacra. Cosa evidentemente non vera, anche se indubitabilmente deve esistere un minimo comun denominatore fra un canto gregoriano, un coro estone che canta la storia di un topolino e una folk-song bulgara. E proprio per questo mi piace definire "God is my dj" alla stregua di "una ricerca del sacro nella musica". Qualunque essa sia e a qualunque epoca appartenga".

D’accordo. Ma quale potrebbe essere, allora, questo misteriosissimo "minimo comun denominatore"?

Carla. "Molto semplicemente, è il rapporto di confidenza che ogni essere umano - ogni musicista, in questo caso - riesce a intrattenere con l’evoluzione della sua anima. Nel mio caso specifico, tutte le quindici tracce dell’album possiedono un’inspiegabile capacità di alimentare la mia spiritualità. E’ un po’ come se aprissero una via di comunicazione verso un qualcosa che mi trascende, al punto che quando canto mi sento più un "canale" che una protagonista. E questo è davvero fantastico!".

Però, nonostante tutto, tu continui a rimanere, essenzialmente, una cantante pop. Come riesci a far coesistere dentro di te queste due anime così diverse?

Alice. "E’ un po’ faticoso, non ho alcun problema da ammetterlo.Perché, da una parte, il pop mi consente di esprimere una parte di me che continuo a considerare alquanto importante, ma, dall’altra, mi obbliga a rispettare regole e velocità di lavorazione che cominciano a starmi un po’ strette, e che quindi mi rendono un po’ nervosa. Non rinnego nulla, sia ben chiaro: perché, nel corso di tutti questi anni, la musica di consumo mi ha dato molto, e io ho dato molto a lei. Ma è indubitabile che se, ora come ora, potessi dedicare più tempo e più spazio a ricerche tipo "God is my dj", oppure al progetto "Art et decoration" realizzato qualche anno fa con l’Orchestra Sinfonica Arturo Toscanini, mi sentirei infinitamente più a mio agio. Ma forse è solo questione di tempo. E di pazienza, soprattutto...".

Un’ultima domanda, prima di chiudere. "God is my dj" è un aforisma che sta diventando molto popolare fra il popolo delle discoteche: tant’è vero che, prima di voi, l’aveva usato perfino Jenny McCarthy nel corso della penultima edizione degli Mtv Awards.E dunque... chi ha il copyright di questa magnifica formuletta?

Francesco. "Molto semplice anche questo. Il copyright, come lo chiami tu, risale ad almeno otto secoli fa, e lo detiene il mistico e poeta sufi Mevlana Jalalu’ddin Rumi. Che, come narra la storia, un giorno, colmo di gioia, per strada non potè resistere al desiderio di danzare, ruotando su se stesso al suono degli strumenti di lavoro degli artigiani del luogo. Per lui, quella era musica autenticamente divina, che lo condusse in un attimo all’Illuminazione. I Dervisci Mevlevi raccolsero la grandezza di quei passi, e cominciarono a diffonderli in giro per il mondo: io, più modestamente, mi accontento di aver riportato quell’immagine dentro il titolo di un cidì.Per il momento mi basta...".

  Di Roberto Gatti

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