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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Badmarsh&Shri

L'intervista

Il suono evoca luoghi lontani. Chi ascolta si sente accompagnato in cielo e poi riportato giù, con violenza, nel caos della vita. Così il duo di origini indiana ma ormai brit di adozione – la loro base è nel quartiere più trendy e creativo del momento, East End – ha concepito ‘Signs’ edito dall’etichetta Outcaste.


Una coppia che si compensa, a favore di un genere che si ispira all’asian underground ma in un certo senso pretende una personalità propria. Multistrumentista è Shri che ha studiato per anni a Bombay prima di spiccare il grande volo verso la patria della musica innovativa; dj è invece Badmarsh (in hindi significa ‘pecora nera’), indiano di seconda generazione a Londra, con una vita sempre di corsa tra lo studio e i club. Un Hanif Kureishi della musica: parla inglese perché è la lingua con cui è cresciuto ma ha vissuto l’integrazione della famiglia in arrivo dalle ex colonie della corona.

Insieme formano un duo inossidabile, capace di dare vita a migrazioni sonore che partono dall’estremo Oriente e si insinuano all’interno di campionatori e macchinari sofisticati. Su tutti veleggia il sitar indiano.

 

A Milano Badmarsh&Shri sono arrivati per raccontare la genesi del loro album, nato dopo una lunga gestazione.

 

‘Signs’ può essere considerato un album concept ?

 

<Assolutamente, così è stato inteso. Il messaggio di ‘Signs’ è vivere la realtà seguendone i segnali che incrociamo ogni giorni; alla fine sono come cartelli stradali che indicano le direzioni, basta solo seguirli. La vita è un’esperienza, e, in senso metaforico, un’esperienza quindi di musica>

 

Ascoltare le undici tracce, ognuna delle quali fortemente caratterizzata, è come compiere un viaggio: quale, nelle vostre intenzioni?

 

Badmarsh: <E’ un viaggio ideale, un viaggio della mente iniziato in studio, non necessariamente legato a luoghi fisici. Certo si possono trovare echi e vibrazioni da ogni parte del mondo dall’Himalaya ai ritmi urban a molto britannici>

 

La nascita di ‘Signs’ è parsa laboriosa: dopo un anno non avete esitato ad ammettere di esservi sentiti persi, e ne è trascorso un altro ancora…

 

Shri: <Sì, in effetti la prima composizione è nata d’istinto, poi ci siamo resi conto di aver perso i riferimenti. E‘ vero che siamo stati impegnati entrambi con progetti singoli, ma è stato necessario molto tempo per capire ciò che volevamo davvero. L’aspetto più stimolante è senza dubbio che è stato un lavoro collettivo. Dal primo progetto all’ultimo ci sono state molte modifiche. Un esempio: per le percussioni abbiamo scritto la musica in dieci giorni poi, piano piano, sono diventati mesi! Tuttavia sono questi due anni passati così velocemente che non ce ne siamo resi conto.>

 

Che cosa ha significato lavorare con Nitin Sawhney?

 

Shri: <Quando sono arrivato a Londra, nel ’94, ero molto spaesato ma avevo voglia di sperimentare. Avevo studiato molto a Bombay, ma..ero abbastanza stufo! Suonavo anche con i Black Sabbath e i Metallica, ma cercavo una musica che fosse più ‘mia’, con molta anima. Nitin è stata una vera guida per me: mi ha introdotto al basic della nuova musica made in Uk. Abbiamo lavorato insieme cinque anni, e mi ha prodotto ‘Drum the bass’>

 

Signs’ non è solo un album dance, a quanto pare...

 

Non è solo un album dance in fatti, ma anche piacevole da ascoltare. Se vuoi ti fa saltare in piedi, ma puoi anche ascoltarlo in poltrona. Quello che è importante è che ci sono pulsazioni, vibrazioni e che si percepisca lo spirito dell’album.>

 

I suoni etnici miscelati alla tecnologia sono di gran moda. Che ne pensate?

 

Shri: <Non facciamo musica perché è di moda un genere o un altro, non ne abbiamo bisogno per quello che vogliamo comunicare. Il nostro scopo è fare musica che, certamente, possa durare il maggior tempo possibile, e cerchiamo di fare tutto questo onestamente>

 

All’interno del cd si può vedere una testa bifronte, con i vostri profili. Anche questo ha un significato?

 

Shri: <A me piace molto Mirò e abbiamo pensato di puntare molto sui colori>

Badmarsh: <Sì, in effetti la testa bifronte ricorda le figure mitologiche, ma è simbolo della musica che nasce dalle nostre diverse ma compatibili esperienze>

 

Tra i ringraziamenti ce n’è uno singolare: due signori che avrebbero ‘sopportato’ per ore musica impazzita!

 

Shri: <Abbiamo registrato in una casa dove, al piano di sopra, vivevano delle persone molto simpatiche e tolleranti, data anche l’età, più di 60 anni. Erano però giovani nell’animo. Dicevano sempre di non capire nulla di questa musica, anche se tutto sommato gli piaceva!>

 

‘Signs’ ospita anche altri artisti. Da dove cominciamo?

 

Badmarsh: <Uk Apache è una vera forza, un talento di energia che ci accompagna anche nei tour>.

Shri: <Gli String of Bombay in realtà non esistono, li ho chiamati io così per indicare i musicisti che suonano gli archi. Poi c’è mio padre, che suona il sitar in ‘Appa’. Della voce di Kathryn Williams ci siamo innamorati subito, appena l’abbiamo sentita>

 

Londra, in particolar modo, offre artisti innovativi che, in molti casi, non sono inglesi. Come pensate che tutto questo venga recepito?

 

Badmarsh: <Lo devono accettare! Del resto ora è la nostra casa e indubbiamente gli immigrati e chi arriva dalle ex colonie porta aria più fresca che altrove. Ogni artista porta i sentimenti della propria comunità, più colorata, con una varietà di spezie. Non c’è solo il bianco e il nero>

 

Quali sono i progetti che avete in corso di lavorazione?

 

Badmarsh: <Ho appena terminato un album di remix per Dissident Project, e proseguo con le serate nei club>

Shri <Ho composto musica per teatro e al tempo stesso sto producendo la cantante argentina Marie Claire Dubaldo. In Italia è stata molto popolare con ‘The rythm is magic’, anni fa>.


 

 


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