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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Jackson Browne

L'intervista

Non è cambiato negli anni Jackson Browne, né fisicamente né nel suo stile. In 'The naked ride home' (cgd) è fedele a se stesso e al suo spirito libero e alla voglia di parlare e mettere l'accento là dove si dovrebbe.
Il tredicesimo album di Jackson Browne raccoglie brani che guardano dentro e intorno all'uomo. Intimista e battagliero al tempo stesso, l'album racconta un'America forse più disincantata, in parte delusa, quella insomma che rifiuta l'omologazione. 
'The naked ride home' rompe il silenzio durato sei anni, quando uscì 'Looking East'.

"Lives in the bilance", uscito nell'86, era una critica all'imperialismo americano. Come vede l'America di oggi?
Il mio punto di vista non è cambiato da allora, forse l'imperialismo americano è solo aumentato. Allora pensavo che con le mie canzoni avrei potuto aprire gli occhi alla gente e dunque che avrei potuto cambiare qualcosa. Tutto questo non era vero. Gli americano non si svegliano. Forse aprirebbero gli occhi solo davanti a una crisi economica disastrosa o forse neanche in questo modo. Il fatto è che non hanno mai messo in collegamento il loro stile di vita con i fatti esterni, che avvengono fuori dai loro confini, né hanno mai pensato che quello che accade oggi è diretta conseguenza di quello che è stato preparato e posto nelle premesse diversi anni fa.

La musica e il rock non hanno possibilità di successo, neanche tra i singoli?
Non sono forse io a doverlo dire ma certo anni fa pensavo di fare qualcosa che potesse lasciare un segno. Oggi credo che sia il rap che il punk siano le moderne forme di ribellione e di evoluzione politica, sociale e culturale, anche se le discografiche cercano solo prodotti da vendere e tralasciano questi aspetti, questi messaggi. La musica può parlare, ma forse dobbiamo chiedere a Wall Street Journal come dobbiamo protestare. Tra i cantautori credo che un ruolo di rilievo possa averlo Steve Earle, che ha avuto la capacità di dire in una sua canzone: <Lo ammetto, sono stato un kid, un ragazzo americano>

L'album esce a 30 anni dall'esordio. E' cambiato il suo modo di fare musica?
No, perché lavoro ancora allo stesso modo, seguendo i miei interessi, trovando un incontro tra antico e moderno perché riesco a utilizzare ancora molto il suono analogico pur accostandolo al digitale. Oggi forse è tutto più facile, la musica si realizza in modo rapido, ma incido ancora nello stesso modo di allora, con gli stessi ingegneri dei suono.

Un brano intitolato a Sergio Leone è forse un omaggio al cinema in generale?
In realtà è più un omaggio a Ennio Morricone, e certo i due sono inseparabili: non puoi pensare all'uno senza l'altro. Ho usato la persona 'Sergio Leone' come lui, con poco inglese che sapeva biascicare, manipolava i personaggi e gli attori. Ho pensato a questo brano come se dovessi girare un film. E' una metafora di come saper reagire di fronte alle battaglie quotidiane. Alla Sergio Leone, però.

Come si sviluppa il progetto del dvd su 'Running on empty' del '77?
Quello era un disco particolare, in parte registrato dal vivo, in parte in autobus e poi in studio. Era un concepì sulla vita on the road. Il fatto è che venti anni fa era diverso il momento, forse oggi potrebbe sembrare un racconto un po' depresso. Ora il progetto appare come un libro di foto e musica. C'è una versione inedita di 'Cocaine' più un pezzo strumentale con la band The Section. Mi piacerebbe che si percepisse lo spirito del viaggio che c'era allora e che è bello rivivere oggi.

In 'Casino Nation' se la prende con le nazioni fabbricanti di armi e le popolazioni assuefatte dalla tv e dallo show business. E' l'angolo pessimista del disco?
Non esiste forse un angolo 'non' pessimista in questo album! Volevo dare comunque non certo una visione specifica di un paese o dell'America ma di quello che accade ovunque. E' un testo che non ha ambizioni in termini di attivismo, ma cerca di rivolgersi alla gente.


 

 


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