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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


John Cale

L'intervista

 

“Per favore, nessuna domanda sui Velvet Underground”. L’inizio dell’intervista con John Cale non è dei più promettenti. Non tanto perché si volessero soddisfare a tutti i costi le curiosità sul musicista e produttore che per così tanti anni ha condiviso la sua carriera con quella di Lou Reed. Piuttosto perché Cale, 61 anni portati splendidamente, appare restio a parlare di sé e dei suoi dischi, un po’ per ritrosia, un po’ perché, come lui stesso ammette, “è il suono che ci colpisce, e spiega tutto”. Come se le interviste, dunque, servano a ben poco.

Non è dubbio, comunque, che John Cale – in uscita con l’evocativo album ‘HoboSapiens’ (EMI) – abbia una qualche difficoltà a parlare del suo passato. “Io guardo solo al futuro – spiega Cale, nei suoi abiti casual molto alla moda – il presente è quello che vivo, ma il passato ormai è una porta chiusa. Voglio andare sempre avanti, trovare nuovi suoni, fare nuovi album. E basta”.

John Cale resta, in ogni caso, una presenza ingombrante nel panorama musicale, esempio di avanguardia senza compromessi, così come testimonia il nuovo lavoro. Il suo nome è legato, fin dagli anni Sessanta, alle rivoluzioni sonore con John Cage, Velvet Underground, The Stooges, senza dimenticare le produzioni di Patti Smith, le collaborazioni con Brian Eno e le numerose colonne sonore.
La vita solistica di Cale – iniziata nel 1970 con ‘Vintage Violence’ - è stata invece vissuta negli ultimi due anni nel suo studio di Greenwich Village, a New York, sperimentando, masterizzando, lasciando libera la sua creatività affascinata dalla tecnologia. Lo scorso mese di maggio era uscito l’EP 5 Tracks, i cui arrangiamenti e atmosfere si ripetono, per suggestione, in HoboSapiens, album completo di nuove canzoni.

Lei ha passato una vita a sperimentare, e lo fa ancora: come è cambiato il suo modo di porsi rispetto al nuovo?
Io adoro il nuovo,come dicevo guardo sempre avanti. Non mi considero mai arrivato. Se fai musica di avanguardia significa che di solito ti ritrovi con un piccolo gruppo di persone che però cerca di espandere al massimo quello che di nuovo si sta creando. Mi sentirei invece in trappola se facessi musica per pochi eletti, sarebbe castrante. Questo atteggiamento non è mai cambiato nel tempo, semmai ho cambiato le persone con cui lavoravo, se non mi sentivo più a mio agio.

Oggi ha realizzato un disco di atmosfera…
Quando mi metto a comporre non mi chiudo in una stanza con chitarra a inventare le melodie. Mi lascio piuttosto prendere dall’atmosfera deduttiva delle parole. E per ‘HoboSapiens’ ho cercato di concentrarmi perché solo così riesco a pensare a un disco nella sua globalità, e in poco tempo. L’idea di questo disco è nata in tre giorni, poi abbiamo lavorato moltissimo in studio. Sono sempre più affascinato dalla tecnologia. 

Quando lei ha iniziato c’erano movimenti di idee e di cultura a influenzare la musica: oggi sente la mancanza di un contesto analogo?
Certo a metà anni Sessanta eravamo immersi nell’arte, c’erano moltissimi scrittori che formavano l’elite culturale. E certo non c’è oggi un luogo come Factory di Andy Warhol. Oggi tutto è determinato dai media e forse il movimento esiste a livello tecnologico, nel senso che sempre più gruppi rock sperimentano con la tecnologia. Per questo mi piacciono gruppi giovani come Elbow, Radiohead, Beta Band.

Dedica comunque all’arte ancora molta musica, ad esempio il brano ‘Magritte’...
E’ un pezzo molto ‘visivo’, ho cercato di utilizzare l’energia dell’arte. Adoro Magritte e ho voluto ricreare l’atmosfera di religioso silenzio che si respira nei musei. Il mio ideale sarebbe fare uno showcase in uno spazio pieno di opere d’arte che così si trasformano in muse e liberano l’improvvisazione musicale. Sono molto legato ai momenti, alle evocazioni, prima ancora che intento a ottenere qualcosa di definito. E’ come il mio rapporto con Mona Lisa di Leonardo. So che non andrò mai a vederla al Louvre, perché io me la immagino enorme, e invece so che è una tela piccola.

Come lavora a New York un artista con un ricco background europeo?
Bene, direi. Ma è una situazione migliore in generale, dopo i brutti momenti passati. Del resto a New York c’è una libertà espressiva che raramente si trova altrove. 

Apre la raccolta con un pezzo che si chiama ‘Zen’ e che, a dispetto del titolo, è pieno di ritmo…
E’ un funk digitale, accattivante. Volevo un suono fluttuante nell’aria.

‘Caravan’ invece parla di passaggi, metaforicamente della vita...
Come dicevo, quando compongo già penso al prossimo progetto. Qui volevo esprimere il senso della scoperta, del viaggio poetico, con una scelta precisa di parole. ‘Caravan’ è sinonimo di rinascita e in questo senso si orienta anche tutto quello che ho fatto, la mia vita. Non esiste la morte, è un viaggio unico, la nostra vita, che porta a una rinascita.

Cosa ricorda con piacere dei suoi esordi musicali?
Ricordo che suonavo piuttosto bene piano e viola e che da ragazzo avevo vinto una borsa di studio della Boston University. Poi cercavo di metter su una rock band ma non ci riuscivo, e allora nacque una jazz band. In realtà nel tempo scoprivo che non è che non ero in grado di creare un gruppo, ma avevo bisogno di qualcuno che scrivesse i testi e che avesse anche un certo talento per l’improvvisazione. Fu quando incontrai Lou Reed.


 

 


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