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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Kristin Hersh

L'intervista

E' dura lasciarsi, anche se a imporlo sono cause di forza maggiore, come le finanze che fanno acqua. Così, la voglia di suonare insieme resta nell'organismo come il virus della malaria: prima o poi salta fuori. 
Throwing Muses escono dal sonno forzato e si svegliano con 'Throwing Muses' (4AD) dove Kristin Hersh, il batterista David Narcizo e il bassista Bernard Georges - l'ultima formazione prima della rottura, nel '97 - rinascono almeno per un disco, con Tanya Donelly ai backing vocals. Un album elettrico ed energico, pensato dopo una 'live reunion' a Boston. E proprio Hersh e Donelly, nucleo originale della band di Boston, che agli esordi prediligeva spettacoli acustici e readings alla Patti Smith, si sono ritrovate a suonare dopo anni di vite separate, di carriere solistiche anche fortunate. E non basta: il nuovo album solista di Kristin Hersh, 'The Grotto' (4AD) - non affascinante come il precedente 'Sunny Border Blue' - , esce nello stesso giorno di 'Throwing Muses'. Come dire, siamo ancora qua, insieme e appassionatamente. Pronti per un tour di poche date negli Stati Uniti e in Europa, cui seguiranno i concerti solisti della Hersh. 

"Non so se faremo ancora qualcosa insieme - spiega Kristin Hersh, da poco mamma e per la quarta volta - ma certo è come se fossimo tornati a casa".

L'ultimo disco di Throwing Muses, del 1996, si chiamava Limbo. A livello inconscio, non lo sentivate come un disco definitivo?
Limbo è stato il nostro disco migliore e se ci siamo separati è solo dovuto a ragioni economiche, non certo per incomprensioni. Dopo tredici bellissimi anni abbiamo dovuto guardarci in faccia e ammettere la realtà. All'epoca non pensavamo al 'dopo' della band. Ma c'erano senz'altro ancora legami vivi che ci univano e ci uniscono, come si è dimostrato.

Come è nata l'idea della chiamata a raccolta, e quindi del disco?
Prima di tutto, l'amicizia, la voglia di rivedersi e provare se qualcosa di questo tipo avesse ancora avuto un senso. Di base volevamo divertirci. Abbiamo lavorato ridendo come matti: ci siamo ritrovati più vecchi ma sempre con tanta voglia di suonare insieme. Così abbiamo deciso di darci appuntamento a Boston, nella primavera del 2000, e lo abbiamo fatto sapere ai fans tramite il sito ancora molto attivo www.throwingmuses.com. A quel punto il tam tam ha fatto arrivare persone da ogni parte del mondo, e a dire il vero non ci aspettavamo che ci fosse ancora tanta gente che ci ascoltasse. Per noi la giornata si prospettava come un mega pic nic. E' venuta anche Tanya Donelly, che ha suonato di nuovo con il gruppo dopo quasi dieci anni di assenza.

Nel disco avete accolto anche la Donelly. Che effetto vi ha fatto, considerando che vi siete lasciate prima, nel '91?
E' stato come un tornare a casa. Lei è tra i backing vocals: è stato emozionante. Ha scritto alcune melodie e alla fine era difficile riconoscere le nostre voci tanto erano miscelate.

'Throwing Muses' mantiene il rock ad alto livello...
Abbiamo fatto un disco veloce e di rock sporco, un po' come noi, che amiamo suonare insieme in una stanza di casa, che noi preferiamo, in genere, allo studio. Non abbiamo neanche provato prima di registrare: questo è anche il bello di fare un disco così, ma del resto ci conosciamo così bene..Abbiamo lavorato per tre fine settimana…forse avremmo dovuto comportarci così anche quando eravamo insieme!

Il rock di Throwing Muses si confronta con 'The Grotto', acustico e minimal: un contrasto voluto?
Sono due facce della stessa medaglia, sono due dischi complementari: il lato dolce, essenziale e acustico, e quello più forte, di un rock elettrico. Per questo ho scelto di pubblicarli nello stesso giorno, non volevo che si creasse confusione ma che si comprendesse l'intento di mostrare le nostre anime, anche perché gli album sono stati confezionati nello stesso periodo. E' stato bello rinascere ancora come band, anche se per un episodio singolo.

Il disco solista nasce in un momento non particolarmente felice mentre all'apparenza è molto sereno…
Lo trovo un disco molto dolce, dalle melodie semplici e di atmosfera. Ho cercato di valorizzare la voce, come uno strumento. Credo che possa aiutare qualcuno a superare il dolore della morte.
Ho scritto l'album in sei mesi a Rhode Island, dove mi ero trasferita con la famiglia per stare con mia madre, che si era molto aggravata nella malattia. Poi siamo tornati in California, dove viviamo da sempre.

Per questo il titolo dell'album è dedicato a un quartiere?
Sì, è il quartiere di Rhode Island dove abitava mia madre. E' un luogo molto tranquillo, di cui mantengo bellissimo ricordi. Tra l'altro proprio quando ero là ho saputo di essere incinta, ho vissuto tutte le nausee del caso ma anche la gioia del nuovo bambino che arrivava.

Tra un disco e un tour, come ritrovi le idee?
Mi piace tornare alla vita familiare, con ritmi lenti. Stare più tempo con i figli, anche se loro sono abituati a seguirci anche in tour, tanto che io e mio marito abbiamo deciso fin dall'inizio di non iscriverli a scuola ma di far loro 'home teaching', di seguire cioè a casa o dovunque siamo un programma scolastico. Siamo come The Partridge Family quando ci muoviamo: Billy guida, io faccio scuola ai bambini, cucino, do' da mangiare ai gatti...

Howe Gelb dei Giant Sand compare in 'The Grotto' : perché è stato coinvolto su questo progetto?
Con lui in passato avevo suonato in tour, ma è buffo, perché abbiamo entrambi vissuto per anni in California, praticamente da vicini di casa, e ci siamo rivisti solo due anni fa mentre eravamo in uno studio di New Orleans! E' iniziata una bella amicizia e pensavo che questo fosse il disco giusto, perché abbiamo un approccio molto simile alla musica. E poi Howe quando suona il piano è come se dipingesse un quadro.


 

 


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