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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Cristiano De Andrè

L'intervista

'Scaramante' (Target/edel) è il nuovo album di Cristiano De Andrè, scaturito come uno zampillo da una sorgente che sembrava essersi un po' prosciugata dopo la morte del padre, forse un dei simboli più emozionanti della canzone italiana di questo secolo.
Cristiano De Andrè, lungi dall'essere emulo di tanto nobile predecessore, ha creato un'opera che, dalle prime tracce, appare insieme fresca e matura.
Il titolo è tratto dal film di Daniele Pignatelli, per il quale De Andrè scriverà le musiche, inserendo forse alcuni pezzi della raccolta; 

'scaramante' è un gioco di parole che ironizza sull'amore e sulla scaramanzia, sul troppo amore e sull'affidarsi alla sorte.
Il mare, l'abbandono, il sogno, una malinconia da Sud America. Il mondo di Cristiano De Andrè è oggi una terra arsa dove tuttavia un seme ha attecchito e sta crescendo un germoglio. Sulla polvere rossa, in questa landa della copertina che pare Far West, è impresso un cuore che porta con sé la croce, la lotta, il sole, l'energia della Terra.
<Non è un concept album, anche se le canzoni mantengono forti collegamenti tra di loro - ha detto il musicista e polistrumentista genovese - dove un io narrante esprime la propria visione del mondo>.

La fortuna di un artista dal cognome così importante, che ha assaggiato la vita e penetrato la musica da un osservatorio sicuramente privilegiato, è dunque di aver trovato subito una propria strada, un percorso artistico e uno stile che gli appartengono. Musica personalissima cresciuta su un terreno fertile.
Così che, le indiscusse doti tecniche fanno di 'Scaramante' l'album che inaugura un cammino adulto. Grande umanità, forza del cantautore, equilibrio. Del padre Fabrizio non si parla, ma Cristiano non può non farne avvertire la continua presenza nella sua vita di uomo e di musicista. <Mio padre, se così si può dire, mi ha lasciato una eredità politica: 'non esiste un potere buono'. Un pensiero che ancora oggi è di attualità, o forse lo è per me, che sono più anarchico di lui...>. 

Così che la sua musica non può essere disgiunta da una partecipazione emotiva forte rispetto alla politica e alla vita di tutti. <Certo, come mio padre sono deluso rispetto ai grandi archetipi della società, la religione e la politica> e i brani 'Le quaranta carte' e 'Sapevo il credo' ne sono in un certo senso il manifesto. A Fabrizio De Andrè, inoltre, è dedicato 'Il silenzio e la luce' che chiude la raccolta.

L'orientamento si 'Scaramante' è comunque multietnico. <Con questo album ho cercato di sperimentare di più, di orientarmi verso la world music anche se non cerco, come sempre, una identità precisa. La strumentazione è ricca, ma è sugli arrangiamenti sono stati affinati per circa un anno. La scrittura è avvenuta velocemente, in due mesi, ma sono stati maturati in anni di silenzio, che poi mi hanno spinto a comporre d'un fiato. Ho superato certi miei blocchi, certe difficoltà, e ho ritrovato il coraggio in me stesso >.

'Buona speranza' apre l'album con atmosfere di abbandono e di memorie. La realtà di oggi è più onirica?
E' un insieme di flashback, di contrasti tra passato e presente, di luoghi che non cambiano, di frammenti di vita. Ti rivedi bambino e sai che quelle visioni e quelle sensazioni non le hai ancora ritrovate.

Nella canzone dedicata a tuo padre scrivi: 'Chi sogna non muore quasi mai'. Dunque i sogni e il coraggio di andare avanti sono i binari di 'Scaramante' e anhe quelli della vita di ogni giorno?
Certamente ritengo che i sogni abbiano un potere salvifico, in tutti gli attimi della nostra vita. Il sogno è un bel tramite per leggere la realtà, specie se poi si avvera...inoltre l'andare avanti, come canto in 'Sempre anà', è una mia caratteristica. Sono curioso, amo darmi degli obiettivi e cercarli, sperando di trovare ciò che si è perso.

'Sempre anà', un po' in italiano e un po' in genovese, segna un momento di liricità. Senti l'esigenza dell'abbandono?
Come 'Buona speranza' è una canzone che fa i conti con il passato, i ricordi. Il mare ligure certamente è nella mi vita, così scuro che fina da bambino mi evocava l'ignoto, stimola la curiosità. Cercare la terra in mezzo al mare, sempre avanti, è un modo per non fermarsi mai.

I molti registri dell'album vivono sotto un'aurea di saudade. Senti affinità con quel mondo, per raccontare meglio il nostro?
Ho sempre amato la musica e letteratura sudamericana, e dunque mi rendo conto che tutto questo riaffiora alla mia mente, fa parte di me. Sono visioni forse, che mi hanno fatto intraprendere appunto una via più etnica, inserendo voci sciamaniche e rap.

Un contesto da paese latino è la storia de 'La diligenza', occasione per affrontare il tema della pena di morte...
E' un'ambientazione di confine. Ho voluto raccontare la fuga di un 'dead man walking', che si traveste da predicatore e si nasconde nelle ultime file di un autobus, tra polli e galline, per poter passare la frontiera del sud degli Stati Uniti. Gli do la libertà, ma racconto anche la partecipazione e la complicità dei passeggeri, che lo aiutano a fuggire. Voglio gridare così l'inutilità e la crudeltà di una giustizia inumana.

'Scaramante' è anche un album di denunce, si parla di 'terra ferita' e di corruzione..
Siamo in un periodo in cui troviamo scusanti a tutto ma dove non può esistere una scusa per farci del male. Siamo tutti vittime dell'optional, reagiamo solo se arriviamo a un livello di allarme. La terra oggi è ferita non solo dal punto di vista ecologico, perché la stiamo distruggendo, ma è vittima del mondo occidentale: da un lato abbiamo libertà, di parlare, di esprimerci, di muoverci, ma dall'altro non siamo in grado di vedere chi sta peggio di noi. La terra di copertina è anche la terra di chi non ha niente, di chi muore di fame. Io comunque vedo nascere il germoglio, la speranza.

Non temi che le parole, le canzoni, possano finire in un angolo?
In realtà accade quasi sempre, ma è necessario tirarle fuori in ogni caso. Devono aiutare ad avere consapevolezze, a fare in modo che si parli di certi temi, che non si dimentichi.

Come descriveresti la tua cognizione del dolore?
E' una consapevolezza che cambia con l'età. Da ragazzo il dolore è più corposo, spesso, difficile da accettare e per questo spesso è rimozione. Poi con gli anni il dolore si trasforma in qualcosa di più sottile e intellettuale, si insinua...lo tieni più in disparte ma ti aiuta a trovare nuove strade, e può rafforzarti.

Hai sempre scelto con oculatezza i tuoi collaboratori: qui figurano Daniele Fossati, Mauro Pagani, Oliviero Malaspina, Angelo Carrara per la produzione. Cosa ti aspetti da una collaboratore?
Che mi diano sicurezza! Io sono un grande insicuro e i collaboratori, al di là della loro esperienza, possono riportarmi con i piedi per terra. Ogni tanto mi perdo, ma amo molto il confronto e avere più pareri. Non solo dal punto di vista musicale ma anche sui contenuti: alcuni brani li ho scritti con Oliviero Malaspina, 'Sapevo il credo' è di Rudy Marra.

Ti senti parte di un progetto o piuttosto guidato dal destino?
Sono, siamo parte di un progetto, anche se possiamo intervenire sul nostro destino. Ho una visione forse più orientata alla reincarnazione: su questa terra siamo di passaggio, ma anche 'di passaggi'. La nostra crescita è una purificazione continua verso qualcosa di più grande.


 

 


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