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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Sergent Garcia

L'intervista

Allora Bruno, ancora un album 'indisciplinato'?
<Beh...sì! Del resto la musica è da sempre un metissage di suoni. Nei Caraibi c'è sempre stata questa fusione perfetta di generi che, come per magia, consente di percorrere un viaggio all'indietro, verso le radici stesse della musica. Ho sempre avuto una passione infatti per la musica gitana e l'africana. In questo album, che volevo vivo e energico, ho provato ad affinare e a cancellare ancora di più i confini tra salsa e reggae, in modo che non si percepisca quando termina un genere e ne inizia un altro>.

Quando è iniziata la scrittura?
<Una buona parte dell'album è stato composto durante la tournée del 2000. Mentre avevo delle pause durante il sound check, suonavo qualche melodia al piano o alla chitarra. Poi ho finito il lavoro in studio a casa mia. Per la registrazione abbiamo scelto uno studio immerso in una foresta nel sud della Francia in una foresta. Ci siamo chiusi dentro per una settimana, in modo da non essere distratti da nulla. Abbiamo registrato live, per non perdere la sensazione di freschezza dell'esecuzione spontanea: gli strumenti devono conversare tra di loro, discutere, non devono essere 'perfetti'>.

"Sin Fronteras" appare più maturo rispetto a 'Un poquito quema'o'...
Non saprei, forse sono le esperienze di questi anni che ti cambiano, in parte. Ho sempre pensato che la musica è per ballare ma le parole servono per pensare. Così qui ho scelto contenuti che tutti gli altri del gruppo hanno poi approvato.... mi chiamato 'capitano' non a caso! Alcune sono vecchie canzoni che avevo scritto tempo fa. Ho voluto parlare dell'ingiusta distribuzione del benessere e della giustizia nel mondo, in "Que traigan la salsa"; e per raccontare le dittature e le scelleratezze ho remixato un pezzo di Ruben Blades, 'Los desaparecidos'.

Perché è stato scelto proprio questo pezzo? Ci sono ricordi personali dietro ai drammi raccontati?
Ricordo le storie che mi raccontava mia madre. Tra gli amici dei miei genitori c'erano desaparecidos, rifugiati cileni di cui non si sa più nulla. Amavo già questo pezzo quando ho conosciuto Blades, e così ho voluto fargli un omaggio. Per me, The Clash sono il rock, ma Ruben Blades è la colonna portante del latin.

In "Seremos" si ritorna in Africa con due compagni di viaggio particolari: Amadou e Mariam..
Sono due artisti straordinari, sono entusiasta del lavoro fatto con loro. Sono una coppia di ciechi che creano musica stupenda e collaborano con noi da un po' di tempo, seguendoci in alcune date del tour. Hanno saputo mescolare il rock e l'r&b alla musica afro. Guardandoli sul palco mi è venuto in mente un proverbio cinese: <Una sola mano non può applaudire>, loro si compensano e si completano meravigliosamente. Da quell' idea è nato il testo del brano: voglio dire che est e ovest, gli opposti che sembrano lontani, possono creare qualcosa di buono, stando insieme.

Che cosa ha spinto a affrontare il tema delle periferie, come in "Gigante"?
Tutto è nato quando ero stato chiamato per scrivere la musica di un film di Carlos Saura jr che poi non è stato realizzato. Ho voluto parlare della situazione di oppressione di chi vive in periferia, dei sentimenti di impotenza che prova. Io abito a Belleville. So che fuori dal centro si ha la percezione di avere sempre le porte chiuse. Così ho immaginato una persona che vede dall'alto la città e ma in basso i sentimenti schiacciati a terra. La periferia è molto dura ovunque, forse a Cuba o in Portorico lo è più che a Parigi, per necessità materiali, di sopravvivenza. In Europa si è perso il senso di solidarietà tra le persone. La solidarietà renderebbe la vita meno dura.

Il tuo disco è dunque un appello a osservare il mondo da una prospettiva diversa, dal tetto del 'Gigante'?
Guarda, il sistema è quello che ci troviamo davanti, con una potenza che decide tutto per l'intero pianeta. Ma questo non è l'unico sistema, ci raccontano troppe bugie: l'attuale realtà non è né inevitabile né irrimediabile. È un bene che ci sia la contestazione, come si sta vedendo in questi giorni, perché questa è la base di una nuova società. I movimenti 'no global' hanno uno spirito spontaneo ma sono anche bene organizzati. Con 'Sin Fronteras' vorrei dire che, certo, sono troppi i problemi che ci circondano, ma bisogna ribellarsi: sollevare i problemi del terzo mondo, ma anche guardare alle città, alle metropoli che vivono confusione sociale che danneggia e emargina. Esiste una alternativa a questa società.


 

 


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