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Musica per i golosi

a cura di Francesca Mineo

 

 

 


Nitin Sawhney

L'intervista

Trentanove anni in tredici tracce. La vita di Nitin Sawhney, nato e cresciuto nelle periferie del sud est di Londra, è rivissuta e osservata a ritroso. Un viaggio interiore, che parte i primi anni Sessanta per arrivare fino ad oggi, attraverso molte tappe: l’infanzia, l’adolescenza, l’ingresso nella maturità. ‘Human’ (V2) è l’ultimo, autobiografico lavoro di uno dei musicisti più interessanti e influenti degli ultimi dieci anni: una musica, la sua, che è stata definita ‘globale’ per la ricchezza di spunti e di elementi comuni alle culture più lontane, e che, da sempre, trae linfa vitale da tradizioni e spiritualità orientali che riportano a lontane origini: l’India. Soul e beat elettronici, chitarre e sitar, voci che riportano a epoche ancestrali e malinconie blues: tutto questo è Nitin Sawhney, avvocato mancato ma ottimo musicista, sceneggiatore, compositore di colonne sonore, fulminato dall’incontro a Londra con Talvin Singh e l’asian underground.

Inglese di seconda generazione, Sawhey nasce da padre chimico e madre ballerina amante della musica classica e del flamenco, una coppia che a malincuore ha lasciato il paese natio e che ha inculcato nella giovane mente di Nitin l’importanza di avere e mostrare le proprie radici. Facile a dirsi, quando si vive in un quartiere in cui il National Front imperava.
“I miei genitori mi hanno sempre raccontato l’India in un modo idilliaco, ma ho scoperto nel tempo che non era così – spiega Sawhney, che anni fa conquistò il pubblico con il bellissimo album ‘Beyond skin’ – Il crollo di molte certezze è forse stata la prima scintilla che ha portato poi alla realizzazione di questo disco, che immaginavo da tempo e che solo ora ho sentito di poter concludere. E’ il mio disco più autobiografico”.

'Un viaggio intimo rispetto a un viaggio reale raccontato nel precedente ‘Prophesy’...
La differenza è sostanziale: in ‘Prophesy’ giravo intorno al mondo, in ‘Human’ giro intorno alla mia vita e cerco anche di guardarla al suo interno. Nel primo caso avevo viaggiato per mesi intorno al mondo incontrando chi, secondo me, rappresentava al meglio la purezza: gli aborigeni australiani, i nativi americani. Qui invece vado indietro nel ‘mio’ tempo e esploro la mia interiorità. Ho capito che prima di discutere con gli altri bisogna discutere con se stessi, porsi delle domande.

La copertina dell’album sembra però la rappresentazione di un dolore: è stato un percorso difficile?
Certo guardarsi dentro non è facile. Ma qui c’è la rappresentazione della fuga dalle costrizioni. La copertina ritrae il mio volto che tenta di uscire da una barriera, in questo caso, di lattice. Sono come bloccato, con difficoltà nel respiro e per questo apro la bocca. E’ un simbolo che caratterizza l’album in un modo molto diverso dal precedente, dove comunque era rappresentata un’altra idea di fuga: scappare dalle prospettive occidentali per incontrare quello che di incontaminato può ancora esistere nel mondo. E in quel caso mi ero fatto ritrarre di spalle, in cammino verso le montagne sacre agli indiani d’America.

Perché il titolo ‘Human’?
Voglio dire: sono un essere umano, ho una testa e le mie idee. Ogni umano è un mondo a sé ma tutti siamo uguali, non importa da dove veniamo. Il dramma è che oggi sta crescendo una mentalità secondo cui l’Occidente è migliore delle altre culture. Essere umani, oggi, è la vera rivoluzione, non fare terrorismo. E mentre dovremmo vivere secondo principi spirituali che ci accomunano, c’è chi ha il potere di prendere il patriottismo come scusa per fare inutili crociate. Nessuno si preoccupa più delle conseguenze delle guerre e di chi muore nel mondo di fame. Si cerca di strappare le identità alla gente per farla crescere con altre convinzioni omologate.

Questo album punta l’attenzione sulla perdita dell’innocenza: perché proprio ora?
Il brano che più esprime questo senso, che avverto, è ‘Conscious life’: mi piaceva esprimere le sensazioni di chi – e sono state anche mie sensazioni – si accorge un giorno che tutto quello che sembrava semplice e comprensibile non lo è più, anzi, ha un significato completamente opposto. E’ una metafora anche del mondo in cui viviamo: noi conduciamo la nostra vita ma non sapremo mai cosa accade veramente nelle stanze di chi decide per noi e per il nostro futuro. Mi hanno dato ispirazione ‘Songs of Innocence and experience’ di William Blake, che si concentrano sul fatto che, crescendo, ognuno di noi perde delle illusioni e delle sicurezze sulla famiglia, i politici, i media.

In tutto l’album si coglie il ricordo di un periodo in cui era difficile essere accettati: quali sono oggi le amarezze che restano?
Le incomprensioni sono state diverse: a scuola, perché avevo la pelle più scura, e il mio quartiere era caratterizzato da forti scontri razziali. Parlo di isolamento, un po’ in tutto il disco: non posso dimenticare le parole del leader razzista Enoch Powell, che sentivo da bambino, tanto che in ‘Say hello’ si ascolta una registrazione di un discorso contrapposta al ‘sogno’ di Martin Luther King. Quando già avevo scelto la strada della musica, i problemi erano altri: creavo un genere musicale che non si poteva codificare e per questo difficile da produrre. Ma sono andato avanti. A me interessava esprimere la mia identità che come tale non è univoca. Del resto in famiglia mi facevano studiare il pianoforte ma anche il sitar, così come ascoltavo il pop alla radio e la musica classica con i dischi di mia madre. 

E’ comunque molto legato all’infanzia: anche quando ha viaggiato per ‘Prophesy’ ha incontrato molti bambini
Sì, credo molto nei bambini perché capiscono immediatamente concetti che agli adulti sembrano impossibili. Anche in Inghilterra cerco di promuovere la musica nelle scuole perché suonare uno strumento consente al bambino di esprimersi bene, di vincere le insicurezze. E’ un periodo della vita bellissimo e fondamentale: non dobbiamo consentire che i bambini crescano senza un’idea di uguaglianza.

A questo disco partecipano vocalist emergenti: dove va a cercarli?
Non sono un frequentatore dello show business, di solito giro i club e ascolto. A ‘Human’ partecipano Alani dei Blur, Tina Grace e Jacob Golden
Tutte voci bellissime che mi hanno dato il senso di una nuova generazione che fiorisce. Con loro mi comporto in modo molto naturale: metto davanti a loro il microfono e li faccio provare. Non possono mentire, esprimono e non interpretano.

Natasha Atlas è però una voce immancabile...
E’ un’artista eccezionale, collaboriamo da molti anni. In questo caso mi serviva una voce materna, per esprimere il senso di una madre che dona la vita.

La storia di ‘Human’ nasce quasi dagli albori della creazione: perché così indietro per scrivere il suo diario?
Sì infatti il primo pezzo è un tributo al fiume Gange, che per me è il simbolo dell’origine della vita . Si sente infatti un sitar che è come se uscisse dalle acque. Poi si trasforma in un giro di chitarra blues. L’accostamento sembra strano ma per me è sembrato naturale. Ho pensato a un diario le cui pagine esistevano già prima di me.

 

 

 


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