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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

La musica di "10 Corso Como"
2 CD (compilation)

Il primo CD - "Yin Side"- è riflessivo, lunare, acustico e d’atmosfera. "Femminile", come si conviene a un’opera nata sotto il segno dello Yin, e dunque di tutto ciò che scava fin nelle profondità più inviolabili e misteriose della Madre Terra.

È un’onda morbida, avvolgente e sinuosa, ricca di alcuni capolavori assoluti interpretati da altrettanti maestri della musica contemporanea: Jan Garbarek e Ustad Fateh Ali Khan ("Raga 1"), Stephan Micus ("Earth"), John Coltrane ("Theme for Ernie"), Sussan Deyhim ("Gereyley"), Shakti ("Lotus feet"), Sainkho Namtchylak ("Old melodie"), per ricordarne alcuni. Così vorremmo ricordare che mai, prima d’ora, la prestigiosa Ecm di Monaco di Baviera aveva "prestato" suoi artisti (in questo caso Garbarek e Micus) a etichette altre. Ha fatto un’eccezione per "10 Corso Como".

Il secondo CD - "Yang Side" - è estroverso, solare, vibrante ed elettrico. "Maschile" per sintetizzare il concetto in un aggettivo solo. Ed è assolutamente logico che sia così, in una creazione che ha il suo cuore pulsante nell’emisfero Yang, e dunque aspira a librarsi fino alla sommità di Padre Cielo. Questo suo desiderio di inarrestabile elevazione lo rende gravido di vibranti ritmi chill out e di alcuni campioni riconosciuti del moderno métissage: gli Afrocelt Sound System d’Africa e Irlanda ("Inion-Daughter"), Talvin Singh ("Butterfly"), Nitin Sawhney ("Homelands"), i Dissidenten ("Broken Moon"), le deliziose Zap Mama ("Africa Sunset"), e via elencando.

È una traversata di oltre due ore, quella proposta da "10 Corso Como". Una deriva musicale tra i generi (la world e il jazz, la bossa nova e la dance), i continenti (l’India e l’Irlanda, il Brasile e la Norvegia, l’Africa e la Persia) e le culture ("alta" e "bassa", ancestrale e futuribile, bianca, nera, gialla e rossa), alla ricerca di un unico, imprescindibile filo conduttore. 

Un "Possibile Sound" del Terzo Millennio che non ha un inizio e neppure una fine, ma soltanto un’inarrestabile Flusso: esattamente come lo Yin fluisce nello Yang- e lo Yang nello Yin – senza soluzione di continuità, con un movimento ora lento e ora impetuoso, ora esplicito e ora ammiccante, ora lineare e ora tortuoso. Ma sempre e comunque in divenire, proprio come il celebre pellegrino tratteggiato dal saggio cinese Lao Tzu ventisei secoli fa: "un buon viaggiatore non ha piani predeterminati, e non gli importa nulla della méta finale".

Gli artisti

YIN SIDE

Laurence Revey. Nata e residente a Sierre, Laurence Revey ha pubblicato due album a suo nome. La canzone che compare in questa antologia è tratta dal secondo, "Le creux des fees / Le cliot di tserafouin", interamente cantato in "patois", l'antichissima "langue d'oc" ancor oggi parlata in Svizzera romanda. Anche per questo, ma non solo per questo, Laurence è una delle interpreti predilette di Hector Zazou: instancabile ricercatore di "idiomi da salvare".

Iarla Ó Lionàird. Amatissimo da Peter Gabriel, che l'ha infatti voluto fra i protagonisti del suo ultimo album "Ovo", Iarla Ó Lionàird, nativo di Dublino, possiede una voce soavemente angelica. Capace di esaltarsi sia nei lavori solistici più rarefatti - due finora, entrambi editi dalla Real World - che, per contrasto, nell'Afro Celt Sound System: formidabile, visionaria band "di confine" fra due mondi apparentemente inavvicinabili.

Ductia. Tre musicisti (toscani) a cavallo fra World Music, New Age e Free Improvisation. Armoniosa, avvolgente, delicatissima. Come si conviene a chi non abusa di marchingegni elettronici, ma semmai di uillean pipes, bouzouki e tin whistles. Senza tuttavia dimenticare l'apporto tecnologico al "fare musica" contemporaneo.

Stephan Micus. Nato a Monaco di Baviera nel 1953, Micus si incamminò per il suo primo viaggio in Oriente a sedic'anni appena compiuti. Da allora, questo gigantesco "Bruce Chatwin delle sette note" non ha più smesso di esplorare ogni angolo del globo e di collezionare strumenti: arcaici, singolari, desueti e spesso dimenticati. Tanto che i suoi album, tutti editi dalla Ecm di Monaco di Baviera, si possono considerare alla stregua di veri e propri taccuini sonori di viaggio. Redatti in una lingua tanto visionaria quanto universale.

Sussan Deyhim. Nativa di Teheran ma da anni trapiantata a New York, Sussan è l'epitome perfetta dell'artista multimediale del Terzo Millennio. Coreografa, danzatrice, attrice, regista e - ovviamente - cantante di stupefacente intensità espressiva, la Deyhim ha studiato con Maurice Bejart e collaborato (fra gli altri) con Richard Horowitz, Peter Gabriel, Bill Laswell e Jah Wobble. "Gereyley" è un dialogo notturno con l'Inviolato, che trae ispirazione da una poesia di Mawlana Jalaluddin Rûmi, il mistico Sufi del XIII secolo.

Tele Santana. Nel 1982, Tele Santana era il nome del cittì del Brasile sconfitto per 3 a 2 dall'Italia di Enzo Bearzot, con tripletta di Paolo Rossi. Ora, Tele Santana è il marchio di un progetto quanto mai eclettico, vibrante crocevia fra atmosfere jazzy (un sassofono solitario sul ponte di Brooklyn...) e beat elettronici. Con la Big Apple a fare da sfondo.

Masala. Un trio e anche un progetto, per dirla con una rapida formuletta. Il trio è composto da Boliwar Miranda (nativo di Bombay e gran virtuoso di flauto di bambù), Maurizio Dami (tastiere) ed Ettore Bonafè (tabla). Il progetto è un incontro armonioso fra raga della tradizione indiana e ambient music di derivazione europea. Questo "Notturno" è tratto dal loro terzo album, "Drop 7".

Shakti. Fondato più di venticinque anni fa da John McLaughlin (chitarra), Zakir Hussain (tabla) e Vikku Vinayakram (ghatam), con l'apporto determinante del Maestro riconosciuto del bansuri, Pandit Hariprasad Chaurasia, Shakti è stato il primo combo a fondere, armoniosamente, le culture d'Oriente e Occidente. Non deve dunque sorprendere che il suo marchio doc sia proprio il termine che, in sanscrito, indica il Principio Femminile. Quello che ha come compito supremo la restaurazione della pace e dell'equilibrio nel mondo.

Jan Garbarek / Ustad Fateh Ali Khan. Non c'è lembo di terra, nè fonte sonora, nè respiro dell'anima, che non siano stati accuratamente ispezionati dal sassofonista norvegese Jan Garbarek, nel corso dei suoi 53 anni di vita su questo nostro pianeta. In questo ammaliante raga, tratto da "Ragas and Sagas" (Ecm), fa comunella con lo straordinario vocalist pakistano Ustad Fateh Ali Khan e con i suoi stupefacenti musicisti: Ustad Shaukat Hussain (tabla), Ustad Nazim Ali Khan (sarangi) e Deepika Thathaal (voce).

John Coltrane. Nato a Hamlet, North Carolina, il 23 settembre 1926, prematuramente scomparso a Huntington, New York, il 17 luglio 1967, il sassofonista John Coltrane è stato uno dei Giganti della musica del Novecento. Qui è immortalato in una ballad (del 1958) dedicata a Ernie Henry, altosassofonista di Dizzie Gillespie, improvvisamente scomparso nel dicembre dell'anno precedente. Trane gli rende omaggio illuminando la canzone di un abbagliante "fuoco interno", senza quasi torcere un capello alla melodia.

Herbie Mann. Nato a New York il 16 aprile 1930, Herbie Jay Solomon Mann è flautista - e sassofonista tenore, e clarinettista basso - dotato di tecnica sopraffina e di delicatissima sensibilità. Anche per questo il suo terreno privilegiato d'intervento è, da sempre, il Brasile della bossa-nova, del quale ci ha lasciato in eredità alcuni capolavori indimenticabili. Come questo "Consolaçao", concepito in compagnia del grande chitarrista Baden Powell.

Sainkho Namtchylak. Nativa di Tuva, minuscola repubblica (ex sovietica) abbarbicata fra Mongolia e Siberia, Sainkho è una delle Grandi Voci del nostro tempo. Nulla sfugge all'attrazione della sua ugola incantata, dalla sperimentazione post-free (con Evan Parker, Peter Kowald e Ned Rotenberg) alla rivisitazione del canzoniere beatlesiano, dai canti sacri della tradizione buddhista all'overtone chanting della sua terra natale. Che lei riesce a innervare di una sconvolgente modernità.

YANG SIDE

Feel Good Production. Ovvero il luogo deputato dove tabla e sitar allegramente copulano con alcuni afrori selvaggi dei Fabolous Sixties. Complice la voce di MC Daddy E degli Earthtribe.

Zap Mama. La World Music nata e cresciuta in quel di Bruxelles, grazie alle intuizioni folgoranti di Marie Daulne e delle sue cinque meravigliose compagne di viaggio. L'"African Sunset" qui proposto è tratto dal terzo disco delle signorine Zap, che non si chiama "3" - come si sarebbe indotti a pensare - bensì "7". Perché, secondo la saggia Marie, sette (e non cinque) sono i sensi dell'essere umano.

Francis Bebey. Originario del Camerun, Francis Bebey è, al tempo stesso, musicista, cantante, scrittore e poeta. Fa dunque parte di quell'eletta schiera di griots che concepiscono l'esistenza quotidiana come una sequela infinita di occasioni artistiche, da cui trarre semi sonori da condividere con il mondo intero.

Rasha. Giovanissima, nativa del Sudan (per la precisione di Ondurman, l'antica capitale del paese), Rasha è la quindicesima (o forse la sedicesima, chissà...) di diciotto fra fratelli e sorelle. Innamorata persa dei ritmi caraibici e afro-cubani, ma anche - perché no? - del vibrante misticismo Sufi, la fanciulla è la degna continuatrice dell'opera del nonno paterno: uno dei più influenti musicisti sudanesi del XX secolo.

Radha. Duo composto da un musicista italiano (Angelo Ricciardi) e da una popolarissima star dello Sri Lanka (Sylvester Jayakhodi). Insieme, opportunamente remixati da Eugenio Colombo, danno vita a un mirabolante mélange trance-groove, dove ben si avvertono gli echi delle antiche tradizioni dell'India del sud.

Blade & Masquenada. Il marchio parla da sè: riprende il titolo di un famosissimo samba di svariati anni fa, per segnalarci che lo scenario dentro cui ci muoviamo è il Brasile tropicale. Immaginario e reale al tempo stesso. Che Blade enfatizza guarnendolo di mood un po' funky e un po' jazzy, col Carnaval a fare da contorno.

Afro Celt Sound System. Band a due teste, una bianca (il nostro vecchio amico Iarla O' Lionaird) e una nera (Moussa Sissokho), l'Afro Celt è forse la più formidabile macchina da ritmo presente sulla faccia del pianeta Terra. Ma è anche uno straordinario paradosso vivente, radicato com'è nella profondità di alcune delle più antiche tradizioni musicali del mondo, e, al tempo stesso, libero di circuire le soluzioni più avveniristiche del futurismo sonoro. E', insomma, lo Yin-Yang trasposto in musica.

Dissidenten. Sono ormai diciassette anni che i Dissidenten di Friedo Josch, Marlon Klein e Uve Muellrich fanno zigzag in giro per il mondo. E in questi diciassette anni sono diventati un mito in Germania e in Brasile, hanno incantato David Byrne e Brian Eno, hanno collezionato una definizione - di "Rolling Stone" - che è ormai diventata una sorta di certificato di garanzia: "The Godfathers of World Beat". E tanto basta per farli approdare in questa compilazione.

Carlito's. Cioè Carlo Marrale. Musicista, compositore, cantante, multistrumentista, produttore. E poi fotografo e pittore. E anche membro fondatore dei Matia Bazar nel 1975, con i quali divide gloria e successi fino alla fine degli Ottanta. Ora, dopo lunghi anni trascorsi in Spagna, è un free surfer dell'espressionismo musicale, leggiadramente sospeso fra Ambient e New Age.

Govinda. Di sè, i Govinda dicono di essere "i campioni del transglobal under pop". Categoria della musica (e del pensiero) che un tempo era soltanto italiana, ma ora è diventata poderosamente internazionale. Il mantra moderno qui presentato, infatti, è tratto dall'album "Atom Heart Madras", pubblicato in ben trenta nazioni del globo terracqueo. Russia, Messico e Giappone compresi.

Talvin Singh. Se, come affermava il grande Sun Ra, "Space is the Place", non c'è dubbio che l'anglo-indiano Talvin Singh abbia imparato perfettamente la lezione. Epitome perfetta del Nomade del XXI secolo, Talvin si muove alla velocità del fulmine fra Londra e Bombay, Okinawa e Madras. Per dare forma e sostanza a una musica capace di sussumere in sè il sarangi di Ustad Sultan Khan e la tromba di Byron Wallen, il basso di Bill Laswell e la voce salmodiante di Shankar Mahadevan.

Nitin Sawhney. Così il Nostro si descrive nelle note introduttive di "Beyond Skin", l'album da cui è tratto "Homelands": "Credo nella filosofia hindu. Io non sono religioso. Io sono pacifista. Io sono un British Asian. La mia identità e la mia storia sono definite solo da me stesso - oltre la politica, oltre la nazionalità, oltre la religione e oltre la pelle". Serve altro?

Vinicius Cantuària. Delizioso bossa-novista, fra i pochissimi in grado di reggere il confronto con il Maestro Venerabile Joao Gilberto, Vinicius è anche uno spericolato sperimentatore di nuovi linguaggi musicali. Non per niente fa spesso comunella con l'altro grande "eversore" del Brasile contemporaneo, Arto Lindsay, che gli ha prodotto i due album solisti realizzati a tutt'oggi: "Sol na cara" e "Tucuma". Da quest'ultimo è tratta la vertiginosa deriva di "Aviso ao navigante".

  Di Roberto Gatti

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