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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Flashback

Musica dei Cieli

Milano. Potrà sembrare strano, o forse no. Ma, a Milano, che il Natale sia alle porte lo si capisce non tanto dalla presenza della neve (che non c'è), o dal turbinio vorticoso degli assatanati del cadeau (pochi e infreddoliti), o dal suono stridulo degli zampognari d'Abruzzo (ormai migrati verso altri lidi). Lo si percepisce - con l'udito, con l'occhio, perfino con l'olfatto - dall'incombere immanente della "Musica dei Cieli". Infatti anche quest'anno, per il sesto anno di seguito, verso le 9 della sera, molte delle più importanti chiese del centro cittadino (e anche, per iniziativa dell'Assessorato alla cultura della Provincia, alcune chiese dell'hinterland) si animano di una folla curiosa e straordinariamente attenta, stanca dei soliti riti concertistici imposti dallo show-business internazionale, e invece vogliosa di verificare in prima persona la veridicità di quel che fin dal titolo promette la rassegna: "Voci e musiche nelle religioni del mondo". Di tutto il mondo, quasi inutile sottolinearlo: dalla vecchia Europa all'America del sud, dagli Stati Uniti all'Africa nera, dall'Afghanistan all'India.
E proprio l'India ha fatto il suo debutto trionfale il tardo pomeriggio di domenica 15 dicembre, nell'incantevole Abbazia duecentesca di Morimondo, a una trentina di chilometri da Milano. Grazie a uno dei sommi virtuosi del flauto contemporaneo, il sessantacinquenne Hariprasad Chaurasia: conosciuto in Occidente soprattutto per le sue collaborazioni con John McLaughlin nel gruppo Shakti, di cui è spesso e volentieri "guest star" aggiunta, ma ammirato fino alla venerazione nel suo paese (non a caso può fregiarsi del titolo di Pandit, maestro, riservato soltanto agli artisti di straordinaria levatura) per l'enorme maestria con cui maneggia il "bansuri", il flauto di legno di bambù: uno strumento semplicissimo, del costo di poche centinaia di rupie, che nelle sue mani si trasforma in un'incantevole sorgente di magie sonore. Fa la sua apparizione alle 5 esatte de la tarde, il Pandit, vestito del tradizionale abito dell'India del nord (un "punjabi" di seta nera), proprio mentre il programma del concerto ci introduce alla seguente, squisita, leggenda: "Un musicista, immensamente vanitoso e mediocremente dotato, fu condotto in sogno dal Dio Shiva in un palazzo dove giacevano, orrendamente straziati e mutilati, i corpi di uomini e donne di infinita bellezza. Il musicista, indignatissimo, chiese al Dio chi fossero quelle persone, e l'autore di quell'orrendo crimine. Shiva gli rispose: "Queste bellissime persone sono i raga, e il criminale in questione... sei tu!"".
La storiella, ovviamente, ha una sua morale profonda: i raga (parola sanscrita che si ottiene aggiungendo alla radice "ranj" il suffisso "ghan", e che si può tradurre con "fare che affascina") sono linee melodiche di origine divina. Sono dunque assolutamente sacri, e vanno trattati con enorme reverenza, rispetto, devozione: tutte qualità che Hariprasad Chaurasia conosce alla perfezione, da sempre, avendole scolpite a fuoco nel suo Dna. E lo capisce fin dalle prime note che intona al "bansuri", su un raga dedicato alla luna che sorge. Sono note trattenute, introverse, caute, quasi circospette: che invitano all'introspezione più profonda e ineffabile. Sono note distillate con un soffio leggerissimo, poco più che un sospiro, che non mutano di nulla la fisionomia facciale del Pandit: l'esatta antitesi di quelle gote a palloncino, tese fin quasi allo spasimo, che caratterizzano lo sforzo di Dizzy Gillespie o Sonny Rollins durante un assolo. Ma, fisiognomica a parte, quel che incanta fino alla commozione è la sublime eleganza dell'idea melodica, la dinamica assolutamente straordinaria, e al tempo stesso rilassatissima, con cui si sviluppa l'improvvisazione: dapprima un rivolo quieto, quasi impercettibile, che si trasforma via via in un torrente impetuoso, implacabile, procelloso, che tutto travolge nel suo fluire. Per un'ora abbondante, con il solo sostegno di una base pre-registrata di "tanpura". E quando il miracolo si esaurisce con l'ultimo sospiro, il Pandit, con un sorriso dolcissimo, chiede soltanto: "Do you want some more?". E dopo che tutto il pubblico ha urlato il suo "yeah" d'assenso, con sovrumana compostezza inizia a modulare un altro raga, quasi più sublime del primo. Che incanto!
Incantevole (a metà) è stata anche Laurence Revey, la sera di lunedì 16 dicembre. La splendida cantante vallesana si presenta sul piccolo palco della chiesa di San Giorgio al Palazzo, in via Torino, insieme ai due musicisti che l'accompagnano ormai da qualche tempo: il percussionista norvegese Snorre Bjerk e l'elettronicista svizzero Pele Loriano. Addosso, una veste angelica color rosa confetto, lunga fino a terra. I piedi, generalmente scalzi, sono questa volta infilati dentro un paio di enormi scarponi montanari, come vuole la moda molto-post-punk del momento. E sarà forse questa divaricazione estrema dell'abbigliamento, quasi un ossimoro vestiario, la causa che la rende incantevole a metà, come accennavamo in precedenza. Vale a dire: quando si lancia nelle melodie più eteree del suo repertorio, e lascia che la sua voce fatata segua traiettorie sue proprie, senza minimamente preoccuparsi del gesto e della teatralità a volte fin troppo esasperata, Laurence è un'autentica sorgente di magia e di celestiale trasporto. E invece, quando si lascia prendere la mano dal furore elettronico, e manipola il flusso vocale con effetti e riverberi da discoteca, e accena anche a qualche passo di danza a metà strada fra il pogo e la belly dance (passo peraltro subito represso, forse per il timore di apparire troppo sensuale dentro un luogo tanto sacro), ecco che la magia si dissolve all'istante. Diventa una sorta di pop elettronico come ce ne sono fin troppi in giro, che non rende alcuna giustizia a un'interprete tanto straordinariamente dotata. Ed è per questo che, alla fine, l'incanto autentico riveste come una seconda pelle soltanto tre canzoni (a nostro sommesso parere): "Berceuse", la fantastica pastorale "Dë lâtri lâ" (cantata in "patois") e una "Allélouya" a dire poco magistrale. Ma tanto basta a rendere indimenticabile questo primo concerto milanese di Laurence. Alla prossima!

  Di Roberto Gatti

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