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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Lou Reed
"The Raven"
disco e concerto

Milano. Se blu notte è la polo d'ordinanza di Giorgio Armani, lo stilista, nero catrame è, da sempre, quella di Lou Reed. Perennemente abbinata a pantaloni di lucidissima pelle in tinta. Una sorta di divisa, insomma,

capace di attraversare come un "fil noir" i decenni, le mode, le mutazioni di filosofia e di stile. Se le cose stanno così (e stanno proprio così: meglio ribadirlo), non è allora sorprendente vederlo uscire agghindato in siffatta maniera sul palco del teatro Nuovo, la sera di domenica 18 maggio, nell'unico concerto italiano della sua essenzialissima tournée europea. Una sorpresa, semmai, benché annunciata da tempo, è la composizione della sua piccola band: che accanto ai veterani Fernando Saunders e Mike Rathke (rispettivamente al basso e alle chitarre e "live electronics") schiera la straordinaria violoncellista Jane Scarpantoni e il vocalist Antony (senza cognome e senza "h" dopo la "t"), già presente nell'ultimo lavoro di Lou, il doppio "The Raven". Niente batteria dunque, salvo qualche sporadico intervento - molto discreto e "understated", comunque - del solito, poliedrico, Saunders. E la nettissima impressione che il rock del futuro di mister Reed sia ben annidato dentro un passato lontanissimo, che fa capo al progetto di "rock cameristico" dei Velvet Underground di Andy Warhol. Dove la batteria ancora esisteva (anche se affidata alle concezioni minimaliste di una donna, la leggendaria Maureen Tucker), ma tutto il magma ritmico ed espressivo era affidato alla viola di John Cale, altrimenti detto "il Mozart del rock 'n' roll".
E bastano pochissimi accordi per verificare quanto questa prima impressione, dettata più dall'età e dall'esperienza che dal calcolo, sia esatta al mille per mille. Basta il tempo di osservare il pauperismo francescano del palco e delle luci (che meraviglia, al confronto dell'inutile e costosissimo sfarzo di tanti concerti contemporanei) e l'espressione di trepida attesa dipinta sul volto ottuagenario di Fernanda Pivano, emozionatissima nella sua poltrona di velluto rosso in quarta fila, e poi tutto comincia a prender forma nella maniera agevolmente preventivata. Lou Reed è sorridente e gioviale come mai l'avevamo visto prima: scherza con il pubblico che si assiepa fin sotto il palco (in questo caso, il "sold out" significa 998 biglietti esauriti in pochissime ore), presenta subito i suoi musicisti (in passato, a volte, non li presentava neppure alla fine), e - straordinario! - non fuma neppure una sigaretta (vi ricordate quand'era talmente "addicted" da infilarla addirittura fra le corde della sua chitarra?). E sarà forse per questo, insieme a un'altra faccenduola di cui vi diremo fra poco, che il Nostro pare addirittura ringiovanito: infinitamente più vispo, ora che si avvia allegramente verso i 62, di quanto apparisse una decina d'anni fa. O sarà magari per l'emozione di riproporre tutte le magìe visionarie di quando ne aveva 25, di anni, ed era chiaro a tutti che il Nuovo nel rock - Hendrix, Dylan e Zappa a parte - arrivava proprio da lì: dal laboratorio newyorkese di idee e perversioni facenti capo alla Factory di Andy Warhol.
Sta di fatto che le prime note strappate alla chitarra e alle corde vocali sono proprio quelle, delicatissime, di "Sweet Jane": mentre il pubblico comincia subito a cantare in coro parola per parola, e l'atmosfera diventa quella, intimissima e rovente, che solo i concerti concepiti in stato di grazia riescono a regalare. E Lou Reed, ispirato come non mai, tiene fede a quanto promesso alla vigilia: "Proporrò di tutto, dall'antico al contemporaneo, senza seguire alcun criterio cronologico, ma soltanto la voglia di emozionare: me stesso e il pubblico". E difatti l'emozione - sanguigna e insieme controllatissima: altrimenti, che razza di rock da camera sarebbe? - è la linfa invisibile che dà vita e nerbo all'intera performance. Le canzoni si alternano fra passato e presente senza soluzione di continuità, annullano tempi e distanze, quelle di oggi sembrano scritte ieri e quelle di ieri domani: tanto straordinario è il lavoro - di ugola e di cesello - con cui Lou Reed le ha amalgamate. E dentro una versione strabiliante di uno dei classici per antonomasia dei Velvet, "Venus in Furs" (speriamo che ci sia nel doppio antologico "Nyc Man" in uscita a fine settimana), Lady Jane, la violoncellista, si ritaglia un "solo" a dir poco memorabile, che strappa anche all'imperturbabile Lou un lunghissimo applauso. E un altro classico del periodo - "Sunday Morning", un tempo affidato alla voce tenebrosa di Nico - viene riproposto in chiave quasi gospel (e anche un pochino kitsch) da Antony. E sulle note distillate ad arte di un altro "must" dei Velvet, "All Tomorrow Parties", fa il suo ingresso in scena il jolly che Lou Reed ha fortissimamente voluto con sè in questo brevissimo tour: Ren Guang Yie, maestro di arti marziali taoiste e di Tai Chi Chuan in primo luogo. E proprio qui sta, forse, la chiave di volta del ringiovanimento di mister Reed. Perché non v'è chi non sappia che il Tai Chi Chuan non è soltanto un'antichissima arte marziale (di difesa), o una meditazione (in movimento). E' anche la disciplina che promette "prosperità, longevità e felicità" a chi la pratica, e Lou Reed è uno di questi: la sta praticando ormai da qualche anno, con una passione e una metodicità davvero encomiabili.
Anche il giorno successivo, all'ora di pranzo, presso la Feltrinelli di piazza Piemonte, si mastica la medesima atmosfera di prosperità e felicità (per la longevità, ci risentiamo di qui a vent'anni). Mister Reed è lì per leggere ai suoi fans alcuni passi scelti da "The Raven", il corvo, tratto dal musical "POEtry": "una rivisitazione del crepuscolare universo letterario di Edgar Allan Poe". Ma, in realtà, non fa in tempo a leggere un bel nulla, perché gli aficionados sono talmente tanti, e il tempo a disposizione talmente poco, che l'incontro si risolve in una sequela infinita di autografi su dischi, libri, manifesti e cartoline: e già questo basterebbe a dimostrarci quanto l'Uomo è mutato "ab illo", quando per metterlo di fronte a più di quattro persone bisognava trascinarlo in catene. Dunque, vista la mal parata, non resta che recarsi al piano superiore, dove è allestita una mostra fotografica del grande Guido Harari, "Strange Angels" (che è anche un libro, edito da Nuages). E osservare lì, fra un Tim Buckley e una Patti Smith, le splendide immagini in cui Lou compare insieme ai suoi due amori di oggi: l'incantevole Laurie Anderson e la minuscola cagnetta Lolabelle.

  Di Roberto Gatti

English text

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