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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Ferretti Lindo Giovanni
"CO.DEX"

Dice Giovanni Lindo Ferretti che lo scioglimento dei C.S.I. - di cui è stato da sempre il faro, il timoniere e la guida: come anche dei loro predecessori naturali, gli indimenticabili CCCP - gli ha procurato un dolore fortissimo: e noi

gli crediamo sulla parola. E dice pure che da questo immenso dolore non si sarebbe mai riavuto se non avesse incontrato sulla sua strada un nuovo "portale musicale" (definizione originalissima e geniale, non vi sembra?) nella persona di Eraldo "Eberhard" Bernocchi: che l’ha preso per mano e pazientemente condotto fin dentro i misteri più inavvicinabili della musica sintetica. Sia quel che sia, questo sua prima esperienza in veste solistica è davvero convincente e folgorante. Perché, da una parte, è la prosecuzione logica degli ultimissimi lavori del Consorzio, primo fra tutti il meraviglioso "Tabula rasa elettrificata". Dall’altra, perché si muove verso il personale e l’interno, anzichè verso il sociale e l’esterno come era sempre successo in precedenza: fino a scovare anfratti e precipizi - della personalità, della psiche, dell’anima - che lo stesso Mastro Ferretti aveva sempre ritenuto inviolabili. Il tutto declamato da quella voce al vetriolo riconoscibile fra mille e mille. E, di quando in quando, da ricami trombettistici (del grande Toshinori Kondo) taglienti come spade.

L'intervista

Milano. A vederlo arrampicato in cima a un palcoscenico, suo habitat naturale da una quindicina d’anni almeno, Giovanni Lindo Ferretti, leader incontrastato dapprima dei CCCP e poi dei CSI, pare un tipo davvero lugubre. E anche triste, introverso, disperato. Invece, a incontrarlo a tu per tu, magari semplicemente in occasione di una conferenza-stampa agile e piccolissima come quella organizzata venerdì 14 aprile alla "Salumeria della musica", per salutare l’uscita in contemporanea del suo primo album solista ("Co.dex", edito dalla Mercury) e del libro "In Mongolia in retromarcia" (Giunti di Firenze), l’impressione cambia completamente: porta alla ribalta un uomo giovialissimo e amabilissimo, dall’eloquio sorprendentemente facile e divertito. E questo non avviene di certo come logica conseguenza dello scioglimento di quella che lui chiama "l’onorata società", alias il Consorzio Suonatori Indipendenti, in sigla CSI: accidente che, al contrario, continua a procurargli un grandissimo dolore. Ma perché, molto più semplicemente, Giovanni Lindo Ferretti è fatto proprio così: è un’insanabile contraddizione vivente, un bilanciamento pressochè perfetto di yin e di yang. E’ un’anima leggera e moderna proprio perché antica, spumeggiante e positiva a dispetto di un aspetto esteriore che pare la sintesi di tutte le sventure possibili e immaginabili. "Ma chiamale pure sfighe, che sono il mio pane quotidiano dal giorno che sono nato", corregge lui ridendo della grossa.
E poi, ragazzi: quanto parla, Giovanni Lindo Ferretti... E’ un fiume in piena, un tifone tropicale, un affabulatore da Guinness dei primati. Gli fai una domanda e lui ti risponde per dieci, gli fornisci uno spunto e lui ci costruisce attorno un trattato, gli affidi un argomento e lui te lo moltiplica per cento e per mille, proprio come nella parabola evangelica del pane e dei pesci. Insomma è una manna caduta dal cielo, un’autentica benedizione per chi - come noi - ha avuto in sorte di svolgere questo lavoro di scritturale della notizia: che significa, spesso e volentieri, doversi arrampicare sugli specchi per evitare le secche della banalità elevata a sistema. Ma con uno colto e intelligente come Giovanni Lindo, credeteci sulla parola, un rischio del genere è del tutto inimmaginabile. E la vera difficoltà immanente, perennemente in agguato, è semmai quella di riuscire a inserire di quando in quando anche qualche rapida domanda, dentro quel maestoso effluvio di parole. Ma noi ci proviamo...

Lei, Ferretti, è un cantante alquanto anomalo...

"Anomalo?!? Grazie del complimento, e lo dico senza alcuna ironia! Io, infatti, mi considero un "non cantante" in assoluto, sono un puro e semplice "declamatore di parole". Inoltre, non possiedo alcuna capacità musicale e non ho nemmeno orecchio. Ma forse ho capito che cos’è la musica nel suo intimo più intimo: è ciò che sta fra la Terra e il Cielo, è l’unica delle arti che riesca a espandersi e a occupare lo spazio, e poi salire, salire, salire... E siccome le parole mi piacciono moltissimo, sono anzi il vero e unico tesoro che posseggo, lo scrigno capace di fare il punto, pubblico e privato, del mio stato di riflessione attuale, ecco che la trasformazione da "declamatore" a "cantante" è ben più facile a farsi che a dirsi. Basta trovare il "portale musicale" adatto all’esigenza...".

E lei l’ha trovato, questo preziosissimo "portale"?

"Certo che sì, l’ho trovato in carne e ossa: che sono poi quelle che fanno capo a Eraldo Bernocchi detto "Eberhard". Vale a dire l’uomo che mi ha fatto capire che cos’è la musica sintetica, che mi ha approntato un sacco di "sampler" di batteria affinchè io potessi scegliere quello più adatto alla bisogna, che mi ha permesso di utilizzare il suono come impagabile terapia per curare a fondo l’immane dolore che mi ha procurato lo scioglimento dell’"onorata società". Che a Berlino, dulcis in fundo, mi ha fatto conoscere Toshinori Kondo...".

Intende dire il grande trombettista giapponese?

"Proprio lui. In "Warum", la canzone iniziale dell’album, io avevo infatti deciso di utilizzare una voce giapponese per evocare l’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Doveva soltanto dire "hai", quella voce, un "hai" molto forte, chiaro e drammatico: e dunque l’impresa non era per niente complicata. Così, io e Bernocchi siamo andati nel nostro solito ristorantino giapponese di Berlino, e lui che parla anche l’inglese (io no, io parlo soltanto l’italiano: decentemente, oso sperare) l’ha chiesto al cuoco. Ma quello gli ha risposto che non se la sentiva, ma che in compenso c’era un suo amico - "si chiama Kondo" - che sarebbe stato perfetto nella parte. E quando questo Kondo arriva in studio di registrazione, con mia grande sorpresa scopro che è un trombettista eccezionale, e dunque in grado non soltanto di declamare un "hai" con i controfiocchi, ma anche di sparare due assoli da mille e una notte in "Warum" e "Sospeso". E niente mi toglie dalla mente il sospetto che Bernocchi lo sapesse già, e che si sia messo d’accordo con il cuoco giapponese per farmi uno scherzo. Assolutamente geniale e graditissimo, inutile sottolinearlo".

Vista la sua passione per le parole, signor Ferretti, come potremmo definire questo "Co.dex": forse il suo primo lavoro cantautorale?

"Per carità di Dio... Io detesto i cantautori, tronfi ed eccessivi come sono stati, sono e sempre saranno! Non hanno ancora capito che certe parole che suonano fantastiche sulla carta bianca, una volta trasposte in musica diventano semplicemente orribili. Perché la stuttura musicale aggiunge molto al testo, che, di conseguenza, per trovare un bilanciamento perfetto, deve essere opportamente "asciugato" ed essenzializzato. Ma una banalità del genere, i cantautori non la capiranno mai!".

E allora, questo "Co.dex"?

"Mettiamola così: è la prosecuzione logica e naturale di "Tabula rasa elettrificata". Solo che, là, il mio "viaggio" si dirigeva verso l’esterno, per andare a rivisitare i "miti" e i desideri della mia adolescenza: di cui il decorrere della storia ha fatto "tabula rasa". Qui, invece, questo stesso viaggio avviene all’interno di me stesso, fino a toccare profondità e anfratti che fino a ieri ritenevo assolutamente inviolabili. E invece ce l’ho fatta, e la cosa mi riempie di una soddisfazione indicibile".

  Di Roberto Gatti

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