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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Stephan Micus
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Per entrare a pieno titolo nel mondo musicale di Stephan Micus occorre essere simili a lui: molto curiosi, molto aperti, molto disponibili al viaggio, sia fisico che mentale. E poi non guasta aver soppesato a puntino le parole del grande Don Cherry: il quale sempre ripeteva che per suonare uno strumento appartenente a un’altra cultura occorre dapprima approfondirne la tradizione, e poi ricercare sullo stesso un approccio squisitamente personale. Ma, una volta fatto questo, nulla più si frappone all’ingresso nel magma di suoni fatati, distillati, quasi incantati, che questo quaranticinquenne tedesco di Stoccarda insegue - ormai da più di vent’anni, e sempre per la stessa etichetta: la prestigiosa Ecm di Monaco di Baviera - con un rigore e una tenacia che sono parenti prossime della perfezione.

E’ un autentico "eremita della musica", Stephan Micus. Compone da solo, registra da solo, suona da solo un’infinità di strumenti: che spaziano dallo "sho" (l’organo a bocca giapponese) al "ki un ki" (lo strumento a vento utilizzato dalla tribù siberiana degli Udegeys), dal "bodhran" (il tamburo sciamanico irlandese) al "bolombatto" (l’arpa a lamelle dell’Africa occidentale), tanto per citarne alcuni. E sempre da solo, ovviamente, incide tutte le voci che compaiono nei suoi dischi: utilizzando le modernissime tecniche di registrazione a più piste per realizzare armonizzazioni che possiedono, intatto, il profumo della magia. Una magia che traspare anche dal suo volto, disteso e meravigliosamente pacificato, e dalle parole quiete e distese che ci concede il pomeriggio di un qualunque sabato di novembre, nella saletta di un albergo milanese a due passi da Brera. Mancano solo poche ore all’indimenticabile concerto che terrà al Nuovo Piccolo Teatro, nell’ambito della rassegna "Multikulti", e lui le trascorre dialogando e sorseggiando the. Rigorosamente verde.Naturalmente giapponese.

Signor Micus, come mai ha deciso di abbandonare il suo paese natale?
"E’ molto semplice. La Germania è un paese troppo moderno per i miei gusti, e poi il clima è molto duro... e la gente anche. Vivevo nella campagna bavarese, a due passi dalle Alpi, e devo ammettere che il luogo era veramente fantastico: perché io amo di tutto cuore la montagna. Ma amo ancor di più il sole, e lì ce n’era talmente poco... Così, tre anni fa, ho fatto i bagagli, e mi sono trasferito a Maiorca".

E’ stata una scelta di vita, la sua...
"Certo, la ricerca del sole è stata determinante. Ma è stata anche una scelta molto pragmatica, perché Maiorca possiede uno degli aeroporti più attrezzati d’Europa, dal quale è sempre possibile partire in ogni momento del giorno, 365 giorni all’anno. Se volessimo sintetizzare il tutto in una specie di equazione, potremmo scrivere: Sole + Campagna + Aeroporto = Paradiso. Ecco che cos’è, per me, Maiorca!".

Mi par di capire che lei ha cominciato a viaggiare molto presto...
"Nell’estate del 1969, a sedic’anni compiuti da poco (sono nato il 19 gennaio 1953). La meta era il Marocco, che a quei tempi era un luogo completamente diverso da quello che conosciamo ora: un incanto, niente di più e niente di meno, che ha esercitato un’influenza fortissima sulla mia visione del mondo. Ma il viaggio che mi ha influenzato ancora di più è stato quello che ho compiuto un paio d’anni più tardi, in India. Lì ho infatti comprato i miei primi dischi, dell’allora quasi sconosciuto (almeno in Europa) Ravi Shankar. Lì ho cominciato a studiare la musica e gli strumenti della tradizione indiana: sitar, sarangi e tambura innanzi tutto. E lì ho imparato che per comprendere davvero la musica di un altro paese bisogna viverci a lungo, condividerne in profondità le abitudini, i vestiti e i cibi.Che è poi quel che già dicevano, secoli fa, i Nativi americani: se vuoi conoscere il tuo simile, cammina per un mese nei suoi mocassini...".

Anche il Giappone, a quanto pare, ha esercitato su di lei un’influenza formidabile...
"E’ vero, ed è una cosa che non riesco assolutamente a spiegarmi. Perché sento distintamente che questa fascinazione non proviene dalla mente, ma direttamente dal cuore. E la faccenda, da questo particolarissimo punto di vista, si muove perfettamente in parallelo con il mio modo di fare musica...".

Si spieghi meglio, per favore.
"Lo farei volentieri, se solo lo sapessi: ma il fatto è che non lo capisco neppure io! Sta di fatto che mi metto lì, rilassato e tranquillo, e dentro di me avverto soltanto una specie di "bolla": un’idea iniziale, per dirla in termini razionali. Ma il fatto è che non c’è nulla di razionale in tutto questo, l’intero processo promana dall’inconscio: non appena sono riuscito a creare una sorta di "vuoto" dentro di me. A quel punto la "bolla" comincia a crescere, a espandersi, fino a raggiungere una forma quasi compiuta: che io registro immediatamente su nastro. Poi riascolto il tutto, affino, limo, scelgo gli strumenti più adatti e le "frasi" più significative. E allora capisco che sono quasi giunto alla fine del mio lavoro...".

E’ molto interessante tutto questo, perché mette in luce il nocciolo essenziale della sua musica: quel suo essere, o quasi, una "meditazione zen", seppur costruita con strumenti assolutamente particolari...
"Può essere che sia così, anche se - ancora una volta - io non ne sono assolutamente consapevole. Nel mio caso personale, l’unico aspetto certo è che la musica può risultare buona soltanto se io, componendola, riesco a posizionarmi "altrove". Se cioè riesco a diventare "un altro da me", che scrive-compone-canta a totale insaputa dello Stephan Micus in carne e ossa. Curioso, vero?".

Sì e no. E’ uno dei principi basilari del "channelling", tutto questo...
"E’ vero! Anche se devo ammettere in tutta onestà che, finora, il "channelling" è una tecnica che non ho mai praticato".

Se dobbiamo dar retta ai risultati, è molto probabile che lo possieda dalla nascita, quasi alla stregua di un "patrimonio genetico". Anche perché non è un mistero per nessuno che lei lavora sempre da solo...
"E’ vero, ma sul mio solipsismo vorrei chiarire - molto razionalmente, questa volta - alcuni punti fermi.Il primo è che fin da bambino ho sempre preferito fare le cose da solo, e questo incide ancora parecchio sul mio modo di essere. Il secondo risale ai tempi in cui ho iniziato a suonare, quasi una trentina d’anni fa: allora imperversava una sorta di omologazione totale, e a me non interessava proprio confrontarmi con gente che suonava sempre allo stesso modo. Il terzo ha a che fare con la mia predilezione per la campagna: e ammetterà che è alquanto difficile formare una band, nelle lande remote della Ruhr. Il quarto riguarda invece i miei talenti: che, grazie a Dio, sono molteplici e sfaccettati. E allora perché mai dovrei mettermi in gruppo, quando riesco - da solo - a suonare un’infinità di strumenti?".

Domanda più che legittima. E allora ci permetta di rivolgergliene un’altra, quella finale: la vedremo mai alle prese con altri artisti?
"Forse sì. Proprio di questi tempi, infatti, sto intensificando i contatti con due musicisti che apprezzo moltissimo: il percussionista Pierre Favre e il "bandoneonista" Dino Saluzzi. Se son rose...".

  Di Roberto Gatti

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