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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Vinicius Cantuária
L'intervista
vedi anche: "Festate", Sol Na Cara”, “Tucumã” e “Vinicius

 

Chiasso. Il giorno dopo il suo magnifico concerto per Festate, Vinicius Cantuària lo trascorre dormendo molto, per recuperare il sono perduto negli spostamenti da una nazione all’altra. Ma anche chiacchierando molto, con quella

deliziosa disponibilità che ben conosciamo da moltissimo tempo: perlomeno dai giorni di “Sol Na Cara”. E proprio questa sua apertura di cuore, unita a una gentilezza d’animo che il successo non ha minimamente scalfito, è il viatico che ci consente di rivolgergli anche le domande più strampalate, senza paura di essere inceneriti da uno sguardo al fulmicotone. Così, mentre lui divora con gusto un “chicken tikka” a quanto pare molto sfizioso, azzardiamo la prima...

Vinicius, c’è un qualcosa di “non musicale” che accomuna i tuoi tre dischi internazionali: “Sol Na Cara”, “Tucumã” e “Vinicius”. Ed è che il tuo viso non si vede mai. Una volta è tagliato in due da un’ombra scurissima, un’altra volta è completamente sfuocato, un’altra volta ancora è reso irriconoscibile da tre o quattro immagini sovrapposte. Come lo si può spiegare? E’ una sorta di rifiuto, il tuo?

«Mi cogli di sorpresa... Ma lo sai che non ci avevo mai pensato? Non so che dire... dev’essere una pura coincidenza. Ma sicuramente non è una scelta mia, perché con la mia faccia - seppur non bellissima - convivo perfettamente da quando sono nato! No, no... Forse è al fotografo che la mia faccia non piace tanto! Anche perché, ora che ci penso, questo fenomeno di “smaterializzazione” si ripete anche sulla copertina del mio quarto disco...».

Perché, è già in circolazione un quarto disco?

«Sì e no. In Giappone c’è già da qualche tempo, perché l’ho registrato lì per l’etichetta For Life; ma negli altri paesi ancora non esiste, per problemi di natura contrattuale. E in ogni caso è un album cui tengo moltissimo, perché l’ho registrato in duo con il grande Nanà Vasconcelos... Si chiama “Amor brasileiro”, ed è una sorta di omaggio a tutto tondo al grande Antonio Carlos Jobim. Spero che le faccende legali si risolvano in breve tempo, perché ho una gran voglia di farlo conoscere anche negli altri angoli del mondo...».

E infatti, ieri sera, hai fatto una “cover” fantastica di “O Barquinho”...

«Oh, sì... che canzone straordinaria! La adoro perché mi ricorda le prime cose sperimentali della mia gioventù, perché mi riporta alla memoria un Brasile ormai scomparso: felice, sereno, dorato, senza pericoli nè inquinamento... Anni meravigliosi!».

Anche in “Vivo Isolado do Mundo”, che pur non hai riproposto in concerto, c’è un’atmosfera del genere. E il tuo canto è talmente intenso e convincente, che sembra quasi che tu ti riconosca completamente nel testo... Insomma, sei un tipo così solitario?

«Sì e no. Una parte della mia personalità è molto sociale, tant’è vero che mi piace stare in compagnia degli amici e sono stato anche sposato per molti anni... Però devo ammettere che un’altra parte della mia natura è esattamente quella che compare in “Vivo Isolado do Mundo”: è schiva e introversa, solipsistica, un pochino malinconica. Complimenti, hai centrato in pieno la mia personalità!».

Grazie, ma andiamo avanti con le curiosità. In un’altra sua splendida canzone, “Normal”, c’è un lunghissimo elenco di musicisti brasiliani. Che cos’è, un omaggio alla loro grandezza?

«Assolutamente sì. Il primo che nomino è Carlinhos Brown, per tre ottime ragioni. Perché mi piace moltissimo. Perché ho scritto per lui una canzone sulla luna - “Meia Lua Inteira” - che mi ricorda molto l’altra scritta un sacco di anni fa per Caetano Veloso, “Lua Estrêla”. E infine perché Carlinhos è una grande percussionista: e anch’io, quando ho iniziato a fare musica, ero un percussionista...».

Andiamo avanti con gli altri...

«Sì. Beda, Luna e Marçal sono tre ragazzi straordinari, che si sono formati in una delle grandi scuole di samba degli anni Cinquanta. Ivo Meireles è un altro fantastico virgulto delle nuove scuole di samba: un tipo tostissimo, con grandi idee. Chico Batera è un mio grande amico, grande percussionista anche lui. Su Dom Um Romão, Nanà Vasconcelos e Airto Moreira non è necessario spendere neppure una parola: tanto li conoscono tutti. Quanto a Paulo Braga e Robertinho Silva, io li considero la sintesi perfetta fra il percussionismo “old style” e quello “new style”. Degli autentici maestri».

E questo accento posto così enfaticamente sulle percussioni dimostra, tra l’altro, che la tua non è poi una musica così pensosa come molti dicono...
«Oh, no: con la mia musica si può anche ballare. Però è vero che serve anche a far pensare, e forse meditare. Ed è per questo che non mi va di infilarmi nelle “Brazilian Nights” di Montreux. Troppo casino e soprattutto... troppi brasiliani! Io voglio suonare la mia musica per gli svizzeri, mica per i brasiliani. Quelli, li trovo già dappertutto!».

Perfetto. Ma ultimamente hai fatto un omaggio anche ai cubani. Quel “Cubanos Postizos” che hai eseguito in concerto...

«Oh sì, è una canzone che mi diverte moltissimo! L’ho scritta in onore del mio amico chitarrista Marc Ribot e della sua fantastica banda di “cubani finti”, che suonano più veri di quelli veraci. L’ho fatta in concerto per sperimentare la forma che voglio mettere sul mio prossimo disco. Non quello giapponese, un altro ancora».

Chiudiamo in bellezza, Vinicius. Che ne pensi del vostro nuovo Ministro della Cultura, il grande Gilberto Gil?

«Tutto il bene possibile: la sua nomina a Ministro è la cosa più importante che potesse succedere al mio paese. Perché, primo, Gilberto viene dal popolo. Secondo, è nero. Terzo, si è fatto da solo, senza mai chiedere l’aiuto di nessuno. Quarto, è un vincitore nato: e anche questo è molto importante. Quinto, non è mai sceso a compromessi con la sua dignità. Insomma, Gilberto Gil “è” il Brasile. E spero soltanto che questo incarico possa servire anche a lui, oltre che a tutti noi».

  Di Roberto Gatti

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