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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Sussan Deyhim
Madman of God
"Divine Love Songs of thr Persian Sufi Masters"

 

Milano.  Mentre in tivù andava il onda la puntata finale dell'edizione italiana del "Grande fratello" (pensate un po', più di 18 milioni di spettatori per uno share pari al 76 percento: molto meglio del miglior Festival di Sanremo...),

nella meravigliosa basilica di San Lorenzo Maggiore andava in scena uno dei concerti più straordinari gustati a Milano in questi ultimi cinque anni: in assoluto, non diciamo soltanto nelle cinque edizioni della "Musica dei cieli". Il merito di questo incanto va interamente ascritto a Sussan Deyhim, stupefacente "chanteuse" di Teheran da anni trapiantata in quel di New York. E', questa quarantatreene signora, una sorta di "vademecum vivente" dell'arte multimediale. Danzatrice, attrice, regista, performer adio-visuale e ovviamente cantante, le sue collaborazioni sono più intricate dei rami di un baobab: spaziano infatti dal coreografo Maurice Bejart (proprio per partecipare a un suo stage di danza a Bruxelles, nel 1976, Sussan fuggì da casa per non farvi mai più ritorno) al multistrumentista Richard Horowitz (suo compagno di vita per più di quindici'anni), e poi a Peter Gabriel, Bill Laswell, Bobby McFerrin, Jah Wobble, e chissà chi altri ancora...

Questo fino a ieri. Perché oggi, ormai pienamente consapevole delle sue eccezionali capacità espressive, la signora Deyhim preferisce fare tutto quanto da sè. Per esempio un disco di indicibile bellezza - "Madman of God", edito dall'etichetta belga Crammed - dove interpreta, per citare le sue parole testuali, "alcune classiche melodie tratte dall'antico repertorio persiano, e musicate attorno alle poesie di Rûmi, Saadi e altri scrittori Sufi dall'undicesimo al diciannovesimo secolo". Oppure, altro esempio, il concerto celebrato a Milano la sera di giovedì 21 dicembre, per il quale ha approntato un piccolo e delizioso ensemble composto così: Saam Schlumminger alle percussioni (zarb e daf), Dawn Bucholz al violoncello, Reza Derakshani agli strumenti tradizionali persiani (tar, setar, kamancheh e ney), Suphala Patankar alle tablas. E proprio per discorrere di tutto questo, e di un po' di altre cose ancora, ci siamo fermati con Sussan dopo il concerto...

Signora Deyhim, come le è venuta l'idea di far ritorno alle radici della musica classica persiana?

"Per una sorta di sfida con me stessa. Deve sapere che io ho sempre fatto parte del circuito dell'avanguardia newyorkese, tanto che mi sembra ovvio affermare che la sperimentazione è scolpita a lettere di fuoco dentro il mio Dna. Ma, al tempo stesso, io provo anche un amore e una gratitudine immensi per la musica classica del mio paese natale: è così profonda, stimolante, consapevole della sua straordinaria spiritualità... Così ho pensato di mettere le due cose insieme: prendere le vecchie melodie, riportarle alla loro originale purezza, e poi trasformarle in un qualcosa di moderno e vibrante. Dove per "moderno", ovviamente, non si deve intendere tutta quella "bullshit" che ora va tanto di moda nelle discoteche e nella musica new age: ma piuttosto un qualcosa che riesca a fondere la purezza antica con il futurismo delle nuove tecnologie. Spero di esserci riuscita".

Altro che. E lo spirito Sufi è imprescindibile, in questo senso?

"Certo che lo è. Dal mio punto di vista, infatti, il sufismo non è altro che lo Zen inserito nel corpo dell'Islam: è una vibrazione estatica di straordinario vigore. Quindi, è anche un ingrediente fondamentale di quel criterio di "modernità" di cui parlavamo in precedenza. Nella musica Sufi, infatti, le "vibrazioni" sono ben più importanti delle note, vorrei anzi dire che sono le "vibrazioni" a generare le note, e non viceversa. Qui, dunque, abbiamo un "moto dell'anima" che genera la musica e la rende viva e palpabile. E' un qualcosa di profondamente misterioso ed esperienziale al tempo stesso, che prescinde totalmente dalle elucubrazioni del cervello e della mente. Proprio per questo la musica - questo tipo di musica - è forse il miglior veicolo che possediamo per comunicare agli altri le esperienze del nostro spirito".

E Rûmi, da questo punto di vista, è l'ideale...

"Già. Rûmi è il cantore massimo del nostro romanticismo spirituale: è così profondo, ineffabile, totalmente privo di ambizioni e di "controllo mentale"... A me piace definirlo "il più grande degli anarchici", perché possiede questo romanticismo che ti cattura totalmente, questo senso della distruzione dell'Ego che è un concetto antichissimo e modernissimo al tempo stesso. Proprio per questo Rûmi sta ritornando prepotenetemente alla ribalta, anche fra i teorici della New Age più seria e consapevole: non a caso Deepak Chopra, il medico ayurvedico indiano, ha appena prodotto un album dedicato a lui...".

Già, e lì dentro c'è anche un'interpretazione di un altro grandissimo cantore Sufi, Nusrat Fateh Ali Khan. Che ne pensa?

"Tutto il bene possibile. Era uno straordinario cantore popolare, Nusrat, dotato di una passionalità immensa e di una profondità umana e spirituale davvero senza pari. Lo conobbi alcuni anni fa a New York, mentre preparava uno dei suoi tanti spettacoli, e ne rimasi completamente affascinata.E' stata una perdita davvero gravissima, la sua morte".

In alcuni brani del suo disco, "Madman of God", suona anche un altro grandissimo, il contrabbassista Reggie Workman. Come sta?

"Benissimo, direi. L'ultima volta che l'ho visto, alcuni mesi fa, l'ho trovato in forma smagliante!".

E il suo primissimo "datore di lavoro", il leggendario John Coltrane, l'ha mai conosciuto?

"Purtroppo no, perché lui è morto quando io avevo dieci anni appena, e stavo ancora a Teheran.Però posso dire che Coltrane è stato - ed è ancora - il mio primo idolo occidentale e il mio massimo ispiratore: per la musica, la spiritualità, l'ideologia, la religione senza confini, e chissà quante altre cose ancora... Coltrane era un gigante non soltanto per la musica che faceva, incredibilmente in anticipo rispetto ai tempi, ma anche per quella sua straordinaria apertura mentale che gli consentiva di sperimentare qualunque cosa senza dover ricorrere a formule precostituite e a inutili steccati stilistici. E per far capire a tutti quanto grande sia ancor oggi la mia gratitudine nei suoi confronti, vorrei aggiungere che io, quando improvviso, lo sento ancora ben vivo e presente, avverto distintamente il suo spirito accanto a me. E so per certo che a moltissimi altri jazzisti succede la stessa cosa...".

E infatti Elvin Jones, il suo impareggiabile batterista, da sempre sostiene che Coltrane non era un uomo: era un'apparizione angelica discesa in Terra a insegnarci l'amore incondizionato...

"Elvin ha ragione da vendere...Mi creda sulla parola!".

  Di Roberto Gatti

English text

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