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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

"10 Corso Como" 2
2 CD (compilation)

Lo scorso anno era Yin & Yang, il principio femminile e quello maschile, che, integrandosi armoniosamente, vanno a ricomporre l'Uno. Quest'anno "10 Corso Como" si ripete, e, con spirito e intento analoghi, propone  

Ida & Pingala: i due canali energetici che forniscono linfa e sostanza vitale ai nostri corpi sottili, che si attorcigliano come sapienti serpentelli benefici attorno a Sushumma, il canale centrale, nel cui alveo scorre la sacra energia Kundalini.
Per essere ancora più precisi, Ida (Tamo Guna per la scienza ayurvedica indiana) è il canale sinistro del corpo umano, nasce al di sopra dell'osso sacro e termina nella zona dell'emisfero destro del cervello. Corrisponde al sistema nervoso simpatico sinistro, contraddistingue il Super Ego, veicola il lato femminile, lunare, della personalità. E' il corrispettivo dell'"Anima" di Carl Gustav Jung, controlla il desiderio e le emozioni, integra tutte le esperienze vissute dall'individuo nel corso della sua esistenza. Il suo colore è blu ed è la Signora del Passato.
Pingala (Rajo Guna) è invece il canale destro del nostro corpo, nasce in prossimità di Svadhisthana (il secondo chakra, o chakra Sacrale, situato in prossimità del rene) e termina nell'emisfero cerebrale sinistro. Corrisponde al sistema nervoso simpatico destro, contraddistingue l'Ego, veicola il lato maschile della personalità, dominato dal pianeta Marte. E' il corrispettivo dell'"Animus" junghiano, coordina strettamente tutte le attività dell'azione e della creazione, sia nelle idee che nella realizzazione concreta. Rappresenta, insomma, una sorta di acceleratore di ogni pulsione umana. Il suo colore è giallo ed è la Signora del Futuro.
Questa digressione, ci auguriamo indolore, ci fornisce semplicemente l'estro per caratterizzare meglio il criterio con cui, ancora una volta, "10 Corso Como" propone due ore abbondanti di musica. Meglio, di Musiche Possibili del Terzo Millennio. Musiche che si insinuano tra i generi (la world e il jazz, la dance e il blues, il gospel e l'elettronica), le geografie (l'Africa e gli States, l'India, l'Algeria e l'Armenia) e le culture ("alta" e "bassa", ancestrale e futuribile, bianca, nera, gialla e rossa). Musiche dall'andamento ipnotico e sinuoso, a volte indolente e altre volte ammiccante, capaci di avvilupparsi attorno alla mente dell'ascoltatore come i simpatici serpentelli ritratti in copertina. Musiche, in ogni caso, che sempre e comunque inneggiano all'Amore: l'Amore con la "a" maiuscola, incondizionato e sublime, celebrato dal grande Albert Ayler nella stupefacente "song" che apre la compilazione. 
E se al termine dell'ascolto, dopo aver metabolizzato 130 minuti di suoni di ogni genere e specie (e 24 interpreti fra i più prestigiosi del globo), vi venisse il dubbio che, in fin dei conti, "The Sound of Ida" potrebbe anche essere il suono di Pingala, e "The Sound of Pingala" quello di Ida, non vi preoccupate. Non chiamate il medico di base nè, tanto meno, il disc-jockey della discoteca all'angolo. Perché, il vostro, è lo stesso dubbio che venne un tempo al saggio Lao Tzu. Il quale una notte sognò di essere una meravigliosa farfalla variopinta che svolazzava garrula nel cielo blu, e poi, al risveglio, fu assalito da un interrogativo amletico: era Lao Tzu che aveva sognato di essere una farfalla, o era la farfalla che aveva sognato di essere Lao Tzu? Qui accade lo stesso, e tanto ci basta per augurarvi un ottimo ascolto!

The night and day will pass away
But Love will always be.
The night and day will pass away
But Love will always win.
(Albert Ayler, "New Ghosts", 1968)

L'album verrà presentato UFFICIALMENTE mercoledì 27 marzo, alle 19,30, a "La Feltrinelli" di piazza Piemonte 2. Parteciperanno il compilatore Roberto Gatti, Stefano Senardi, presidente dell'etichetta discografica, la NuN i Ductia, la band (italiana) di musica celtica che suonerà subito dopo la presentazione.

Gli artisti

THE SOUND OF IDA

Albert Ayler. Ovvero The Sound. Il suono di un sassofono tenore che fece sognare anche John Coltrane, e che da tanto, troppo tempo è stato dimenticato. Volutamente e colpevolmente. Noi lo riscopriamo ora, andando a curiosare fra le pieghe di "New Grass" (Impulse, 1968). E con questo vogliamo rendere doveroso omaggio al Grand'Uomo nato a Cleveland, Ohio, il 13 luglio 1936, e ritrovato morto, nelle gelide acque dell'East River di New York, con un coltello piantato nella schiena, la mattina del 25 novembre 1970. Una vita stroncata nel pieno dell'estasi creativa, è vero. Ma, come direbbe lui, la vita passa, ma l'Amore vincerà sempre. E proprio così lo vogliamo ricordare.

Cassandra Wilson. Nata a Jackson, Mississippi, il 4 dicembre 1955, Cassandra Wilson è forse la più grande jazz vocalist della sua generazione. Tant'è vero che il mensile "Downbeat" ha testualmente scritto di lei: "Era dai tempi di Billie Holiday che non ci imbattevamo in una cantante così autentica, così straordinariamente brava a zigzagare fra il jazz e la pop song". E anche il blues, aggiungiamo noi: visto che questa strepitosa "Death Letter" (tratta da "New Moon Daughter", Blue Note, 1995) è una pagina scritta dal leggendario bluesman Son House.

Capercaillie. Formatisi per la prima volta nel 1980, i Capercaillie di Scozia sono uno scintillante mix di tradizione e contemporaneità, sublimate nell'incantevole voce di Karen Matheson. Alla tradizione generalmente provvede la nonna di Karen, una vigorosa signora originaria delle isole Ebridi, con il suo canzoniere di alcune centinaia di motivi tramandati da una generazione all'altra. Alla contemporaneità, invece, provvedono loro in prima persona. Con i risultati che si possono ascoltare in questo sognante "Inexile", tratto dal "Beautiful Wasteland" del 1997 (Survival).

Ductia. I tre musicisti toscani erano già presenti nella prima compilazione di "10 Corso Como": la "Yin & Yang" dello scorso anno. Ora li ritroviamo, in splendida forma, con la loro musica ipnotica e avvolgente, meravigliosamente sospesa fra World, New Age e Free Improvisation ("Il ramo d'oro", NuN, 2001). Dove uillean pipes, bouzouki e tin whistles armoniosamente si integrano con la tecnologia "dura" dei giorni nostri.

Hector Zazou. Il cinquantaduenne musicista algerino è un autentico, instancabile Navigatore di Suoni. Li cerca, li rintraccia, li insegue in qualunque angolo del globo si manifestino, dall'Africa nera ("Reivax au Bongo") alla Corsica ("Nouvelles Polyphonies Corse"), dal deserto sahariano ("Sahara Blue") al Profondo Nord europeo ("Chansons des Mers Froides"). Qui ("Lights in the Dark", Erato, 1998) è alle prese con i canti sacri d'Irlanda dell'800 dopo Cristo, immediatamente successivi alla predicazione di San Patrizio. In particolare, questo sognante "In Ainm An Athar Le Bua" è un canto d'augurio e di buona novella: nel nome del Padre noi vinceremo.

Consuelo Luz. Nata in Messico e ora residente negli Stati Uniti, la grande vocalist Consuelo Luz affonda le sue radici in quell'eletta schiera di esuli che, agli albori del 1500, abbandonò la Spagna per sfuggire al martirio dell'Inquisizione. Divenuta consapevole - "finalmente!", dice ora lei - delle sue origini ebraiche, le ha recentemente esaltate in un disco di rara bellezza: "Dezeo" (Wagram, 2000). Da qui abbiamo estratto l'ispiratissima "Rahamana": "una canzone proveniente dal Cairo", ci spiega Consuelo, "una preghiera tradizionalmente cantata a mezzanotte di Selikhot, il sabato precedente la festività di Rosh Hashana".

Shweta Jhaveri. Shweta è una delle grandi vocalist dell'India moderna, meravigliosamente sospesa fra la purezza delle tradizioni e l'incanto delle nuove scoperte. Sarebbe perfettamente a suo agio, insomma, nel "Monsoon Wedding" che ha vinto il Leone d'Oro a Venezia, lo scorso anno. Questo "To a Beloved" è tratto da "Anahita" (Intuition, 1998), ed è un raga composto nella forma del Drut Khayals, la più innovativa e popolare fra tutte quelle dell'India settentrionale. Il ritmo, come sempre, è basato sul Teental, i 16 beat della tradizione, e la voce è un incanto umbratile e vibrante.

Djivan Gasparyan. Ineguagliabile virtuoso del duduk, lo strumento in legno di ciliegio molto simile all'oboe, Djivan Gasparyan è certo il più grande musicista armeno vivente. Professore emerito al Conservatorio di Yerevan, pluripremiato alle competizioni internazionali dell'Unesco, da qualche tempo a questa parte ha deciso di uscire dal suo guscio dorato, e di andare alla conquista del mondo intero. Per questo ha fatto comunella con Michael Brook, già méntore dell'indimenticabile Nusrat Fateh Ali Khan, che gli ha prodotto il meraviglioso "Black Rock" (Real World, 1998). Da cui è tratta l'incantevole "To the River" - la canzone del pescatore - presente in questa compilazione.

Anouar Brahem. Nativo della Tunisia, maestro riconosciuto dell'oud, da sempre Anouar Brahem ama comporre arie dal respiro e dall'austerità quasi classici. Come scrive Roberto Scarnecchia nelle note di presentazione di "Astrakan Café", l'album da cui è tratto "Ashkhabad" (Ecm, 2000): "Brahem ha esplorato le profondità più segrete del suono e ha ponderato con grande accuratezza e altrettanto amore l'eredità della musica d'arte del mondo arabo, e del mondo islamico in generale... Anche per questo la sua musica elude elegantemente qualsiasi tipo di etichetta e di convenzione". Difficile trovare parole migliori per descrivere l'incanto di "Ashkhabad", la "City of Love" del Turkmenistan, dove gli danno man forte il clarinettista Barbaros Erköse e il virtuoso di bendir Lassad Hosni.

Roberto Cacciapaglia. Milanese, cinquant'anni o giù di lì, attivo già e metà anni Settanta nella "Pollution" di Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia è certo uno dei talenti più poliedrici della "musica di confine" di casa nostra. Così, testualmente, ci descrive "Arcana", il suo ultimo lavoro per casa Ricordi: "Arcana è musica rituale, sacra, va nella direzione di un contatto col profondo. Ma, al tempo stesso, si indirizza a un ascolto diretto grazie all'uso di campionamenti e grooves insieme a strumenti acustici. L'intenzione è dunque chiara e semplice: una musica ancestrale ma totalmente up to date".

Bill Laswell. Nativo di Detroit, trasferitosi a New York a metà anni Settanta per dar vita al progetto visionario dei Material, anche a un quarto di secolo di distanza da quei primi esperimenti di "musica provvisoria" Bill Laswell continua a rimanere il mirabolante Agitatore Sonoro che abbiamo sempre conosciuto. Qui, per esempio, mette in fila un ensemble da mille e una notte (qualche nome a caso: la vocalist Sussan Deyhim, il sassofonista Dave Liebman, il chitarrista Nicky Skopelitis, il bassista Jah Wobble, i tablisti Zakir Hussain e Badal Roy, il virtuoso di harmonium Gulam Mohamed Khan) per organizzare una musica senza frontiere, sacra e passionale al tempo stesso. Per saperne di più, è caldamente consigliabile l'ascolto di "Nagual Site" (Wicklow, 1998): l'album da cui è tratto questo lussureggiante Loto Nero.

Jah Wobble. Iscritto all'anagrafe come John Wardle, il "bassista sismico" Jah Wobble è uno dei rari frutti prelibati, succulenti, germogliati fra le rovine del punk. Attivo già alla fine dei Settanta nei Public Image Ltd di Johnny Lydon, li abbandona all'indomani di "Second Edition", e decide saggiamente di fare di testa sua. Con un occhio attento a quel che combina il suo maestro riconosciuto, il già decantato Bill Laswell, e un orecchio rivolto alle pratiche del dub, di cui diventa in breve tempo un campione senza macchia e senza paura. Proprio da un rutilante trionfo del dub - "Molam Dub", Hertz, 2000 - è tratto questo "Lam Saravane": straordinario esempio di rap ante litteram edificato sulle salmodie del Molam, la musica tradizionale del Laos del sud, vecchia di più di mille anni. 

THE SOUND OF PINGALA

Abbey Lincoln. Anne Marie Woodridge: così si chiama realmente questa splendida signora di Chicago, poco più che settantenne (6 agosto del 1930, per la precisione), già moglie del leggendario batterista Max Roach ed esponente di punta della négritude più coerente e assertiva. "Voce d'ebano e antracite" - così la definisce Luciano Federighi, uno dei nostri massimi esperti di vocalità black - la Lady utilizza qui la sua intonazione inquieta, meravigliosamente cantilenante, per regalarci una versione da brividi di "Afro Blue": l'evergreen di Ray Brown e Herbie Mann che un paio d'anni più tardi (qui siamo addirittura nel 1959, e l'album di riferimento è "Abbey Is Blue", Riverside) sarebbe stato portato alla catarsi espressiva dal genio di John Coltrane.

Baka Beyond. I Baka sono solo uno dei moltissimi gruppi indigeni che vivono nelle foreste equatoriali dell'Africa centrale, e i Baka Beyond - come suggerisce esplicitamente il nome iscritto in ditta - ne sono la proiezione musicale in terra europea. In Inghilterra per la precisione, da dove provengono il chitarrista Martin Cradick e sua moglie Su Hart, la grande voce del gruppo. Che qualche anno fa si sono messi in testa l'idea meravigliosa di passare un paio di mesi in Camerun con i Baka, e di fondere fra loro la cultura pigmea e quella celtica, a somiglianza di quanto avevano già fatto gli Afro Celt Sound System. Con i risultati che si possono ascoltare in questo "Bilebo" (da "Sogo", Hannibal, 2000), stupefacente miscela di riff africani e ballate scozzesi, con il violino gitano (e anche un po' hendrixiano) di Paddy Lemercier a far da collante.

Charles Mingus. Nato a Nogales, Arizona, il 22 aprile 1922, morto a Cuernavaca, Messico, il 5 gennaio 1979, Charles Mingus è stato un autentico gigante della musica del Novecento. Straordinario compositore e direttore d'orchestra, pianista originalissimo, contrabbassista fra i più grandi che il jazz (jazz?) abbia mai conosciuto, raccontano che sia approdato al contrabbasso in seguito a un incidente provocato dal razzismo del direttore della scuola in cui - giovanissimo - studiava violoncello classico. "Prendi un basso, Mingus!", pare gli abbia detto l'amico e coetaneo Buddy Collette. "Tu sei nero, e per quanto dotato tu sia non farai mai niente di buono nella musica classica. Se vuoi suonare, occorre che suoni uno strumento nero. Il basso è ciò che fa per te!". Tutto il resto è storia conosciuta. Compreso - forse - questo struggente omaggio a Lester Young, per gli amici Pres, tratto dall'album "Mingus, Mingus, Mingus, Mingus" (Impulse, 1963). Un capolavoro di orchestrazione e sensitività, dove brilla di luce intensissima il solo al sax tenore di Booker Ervine.

Robert Wyatt. Nato a Bristol nel 1945, figlio dello scrittore Honor Wyatt, il Gran Vegliardo Bob è una delle più gigantesche figure di culto del pop anglosassone. Dapprima nel suo versante "progressive", immortalato dalla leggendaria Canterbury School e dai Soft Machine, e poi, agli inizi degli Ottanta - dopo cinque anni trascorsi lontano dagli studi di registrazione, a chiacchierare di politica & rivoluzione nella sezione di Twickenham del Partito Comunista Inglese - anche in chiave militante. La "Caimanera" presentata in questa compilazione risale a quel periodo. E' una stupefacente rilettura della canzone di Carlos Puebla, all'inizio concepita sotto forma di 45 giri e poi raccolta insieme ad altre ("Arauco", "At Last I'm Free", "Strange Fruit", "Stalin Wasn't Stallig", eccetera) nell'album natalizio del 1981 "Nothing Can Stop Us" (Rough Trade).

Mike Westbrook's Brass Band. Creata nell'estate del 1973 in occasione di un Festival per Street Bands tenutosi a Bath, la Banda di Ottoni di Mike Westbrook è un ameno crocevia di itinerari diversi (ma meravigliosamente complementari fra loro). Il leader e fondatore Mike Westbrook (pianoforte, euphonium, voce) proviene da esperienze jazzistiche. Il co-fondatore Phil Minton (tromba, voce) ha un roboante passato di pop (nel senso di popular) singer, soprattutto in Svezia e Danimarca. La moglie di Westbrook, Kate Barnard (corno, piccolo, voce), prima di imbattersi nella Band era pittrice e attrice sperimentale. Il più giovane della compagnia, Dave Chambers (sax soprano, sax tenore, voce), era un promettentissimo architetto. E poi, naturalmente, c'è Paul Rutherford (euphonium, trombone, voce): straordinario interprete della Free Improvisation europea degli anni Settanta e Ottanta, e poi compositore, poeta, attore e clown. E anche cantante, ovviamente, visto che proprio alla sua voce chioccia si deve questa stravagante rivisitazione di "Brigitte Bardot", tratta da "Plays For The Record" (Transatlantic, 1976).

Natacha Atlas. Già attiva con gli Invaders Of The Heart di Jah Wobble e con i Transglobal Underground di Attiah Ahlan e Alex Kasiek, fortissimamente voluta da Franco Battiato come "guest artist" nel suo ultimo disco "Ferro battuto" (Sony Music), la minuscola chanteuse anglo-egiziana è forse il più interessante "prodotto di sintesi" fra la techno londinese e lo "al-jil" del Cairo. Dopo lo strabiliante successo di "La Vie En Rose" di qualche anno fa, la ritroviamo ora alle prese con un'altra indimenticabile chanson, questa volta di Jacques Brel: "Ne Me Quitte Pas", tratta dal suo ultimissimo album "Ayeshten" (Mantra, 2001).

Cheikha Rimitti. Venerata come una dea da Robert Fripp, con il quale ha realizzato due album a dir poco mirabolanti ("Sidi Mansour" e "Cheikha", entrambi per la Absolute Records), a ottant'anni più che suonati Cheikha (la Pazza) Rimitti rimane, incontestabilmente, la Regina del rai d'Algeria. Ancor oggi, dopo oltre cinquant'anni di carriera e decine di dischi (e cassette) incisi, lei continua a definirsi "la cantante della notte". E continua a descrivere con straordinaria semplicità il suo rapporto d'amore simbiotico con la musica. "Le canzoni mi ronzano in testa come api impazzite, mi pungono in continuazione per attirare la mia attenzione. Mi tengono sveglia per ore e ore, e per combattere l'insonnia mi metto a scrivere come un'ossessa. Nel cuore della notte, quando la passione pulsa al massimo". Sarà forse per questo che le canzoni di Cheikha sono così torride, così pregne di ricordi e ossessioni. Come questa "Saida" tratta da "Nouar" (Sonodisc, 2000), che parla di un amore irrimediabilmente lontano.

Cecilia Chailly. Arpista sopraffina, appassionata di filosofie orientali, scrittrice passionale e ricercatrice instancabile, Cecilia ha avuto l'ardire di portare il suo strumento in territori finora inesplorati, quasi vergini. E, poi, ne ha rielaborato il suono con pedali wah-wah e distorsioni, fra influenze lounge, blues, jazz, jungle, techno, trance e world. Così è nato "Ama" (Sony Music, 2001), il suo album più recente. Dal quale abbiamo tratto "Dea del mare", che lei stessa ci descrive così: "La melodia mediterranea dell'arpa lievemente distorta si fonde con i suoni trance di Josh Sanfelici e le ritmiche sperimentali di Gep Paolo Cucco, dei Mau Mau. Il tutto elaborato a Torino, città magica come poche altre".

Feel Good Productions. Un anno dopo l'esordio ufficiale sul primo volume di "10 Corso Como", anche loro ritornano. Con "Karmakamo" (da "Funkadelica", NuN, 2001), il luogo deputato dove tabla e sitar allegramente copulano con gioiosi afrori selvaggi dei Fabolous Sixties. Complice, come al solito, la voce di MC Daddy E degli Earthtribe.

Nuclearte. Otto ragazzi di Palermo, capitanati dall'ugola possente, evocativa, della biondissima Rossana Filippone. Otto ragazzi del tutto ligi all'assunto del "nemo propheta in patria", che proprio per questo ritroviamo più frequentemente nelle varie tappe del Womad Festival della Real World piuttosto che nei concerti in giro per il Belpaese. "Ayena", cantata un po' in siciliano stretto e un po' in "lingala", l'idioma dello Zaire, è la canzone con cui hanno trionfato nella tappa palermitana del Womad di due anni fa. Qui la presentiamo nella versione di studio pubblicata su "Talè Talè" (Ricordi, 2000).

Ekova. Ovvero l'epitome perfetta della globalizzazione - nel senso più serio e coerente del termine, s'intende. Una cantante a stelle e strisce (la mirabolante Dierdre DuBois), un pirotecnico percussionista iraniano (Arach Khalabatri) e un superbo chitarrista-liutista-flautista algerino (Mehdi Haddab) si ritrovano per dar vita a un progetto dove il Nord e il Sud del pianeta si tendono la mano, e Mohammad Reza Shajarian strizza l'occhio a Gary Numan e ai Kraftwerk. Spiega Deirdre che "per una volta, volevamo trovare quello che nella musica popolare moderna non si trova più: gli strumenti antichi come l'oud, per esempio". Ci sono perfettamente riusciti, come si evince dalla tesissima, spasmodica "Siip Siie", tratta da "Space Lullabies" (S4, 2001).

John Lee Hooker & Canned Heat. Un omaggio estremo, doveroso e commosso, al più grande "boogista" di tutti i tempi: John Lee Hooker da Clarksdale, Mississippi, nato il 22 agosto del 1917 e improvvisamente scomparso lo scorso anno. "E' la strana e incantatoria modulazione delle parole, da autentico ammaliatore voodoo; è il suo baritono bronzeo e fuligginoso, il suo mugulare trepidante, con le lunghe eco nasali in chiusura di sillaba, ciò che fa di John Lee Hooker un'autentica leggenda del blues", scrive di lui Luciano Federighi. E' assolutamente vero. Tutti questi umori e colori - insieme all'ipnotica trama ritmica tessuta dalla chitarra, alle percussive galoppate in boogie, alle salmodie da predicatore laico - si ritrovano al gran completo, esaltati all'ennesima potenza, in questo indimenticabile "Boogie Chillen N. 2" (da "Hooker 'n' Heat", Liberty Records, 1970) che chiude il secondo capitolo di "10 Corso Como". Qui gli danno man forte - anzi, fortissima - i Canned Heat di California, capitanati dal grande Alan "Blind Owl" Wilson, gran virtuoso di armonica e di buone vibrazioni.

imo è tratta la vertiginosa deriva di "Aviso ao navigante".

 

  Di Roberto Gatti

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Susana Baca
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Susana Baca
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Erikah Badu
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"Matri mia"

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Orchestra Baobab

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Vincius Cantuaria
"
Tucuma"

Vincius Cantuaria
"Vinicius"

Vincius Cantuaria
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Vinicio Capossela

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Carmen Consoli

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L'eccezione

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"Reveries"

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Maria Pia De Vito

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Ludovico Einaudi
"I Giorni"

Elio e le
Storie Tese

Elio e le
Storie Tese

Brian Eno"
Drawn from life"

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Marianne Faithfull

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Res

Laurence Revey

SA Robin Neko
"Soulways"

Amália Rodrigues

Rokia

Rosana

Roy Paci & Aretuska
"Tuttapposto"

Roy Paci & Aretuska
(golosi)

Antonella Ruggiero 1

Antonella Ruggiero 2

Rumi

S

Sade
lovers live

Sade
lovers rock

Sergio Secondiano
Sacchi

Morelembaum 2
Sakamoto "Casa"

Morelembaum
Sakamoto
Il concerto di Milano

Henry Salvador
"Chambre avec vue

Nitin Sawhney
"Human"

Nitin Sawhney

Scott4

Jimmy scott
 Over the rainbow

Jimmy Scott

Ravi Shankar

Talvin Singh "ha"

Simple Minds

Sergent Garcia

Paul Simon:
"You're The One"

Paul Simon
il concerto di MIlano

Bruce Springsteen
( di Roberto Gatti)

Bruce Springsteen
(di Francesca Mineo)

Si*Sè

David Sylvian
"Camphor"

David Sylvian 
"Everything and nothing"

David Sylvian 
recensione concerto

Joe Strummer

Subsonica

T

Rachid Taha

Luigi Tenco

Tom Waits
"Alice"
"Blood money"

Rokia Traoré:
"Bomwboi"

Tribalistas

Vassilis Tsabropoulos
"Akroasis"

V

Van de Sfroos
Perdonato
dalle lucertole

Caetano Veloso
Noites do norte

Caetano Veloso

Moreno Veloso

Anne Sofie von Otter
& Elvis Costello
For the Stars

W

Jah Wooble

Robert Wyatt

Y

Savina Yannatou

Pete Yorn

Youssou N'Dour

Z

Joe Zawinul

 

Flash:

Cantosospeso

Mickey Hart

Yungchen Lhamo

Paco Peña

Sainkho Namchylak

Sabri Brothers

Jah Wooble