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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Stephan Micus
"Desert Poems"
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Milano. "Ci sono diecimila modi per onorare e baciare la terra", afferma l'aforisma del mistico persiano Rumi riportatato nelle note di copertina di "Desert poems" (Ecm), il nuovissimo album di Stefan Micus.

E per rendergli onore, la sera di sabato 16 dicembre - nella meravigliosa chiesa di Santa Eufemia, in uno dei primissimi appuntamenti di questa nuova edizione di "La musica dei cieli" - il quarantasettenne multistrumentista tedesco ha dato vita a un concerto davvero memorabile. Ricchissimo di tanti di quegli strumenti che da anni va raccogliendo in ogni angolo del mondo (il "sarangi" indiano, lo "shakuhachi" giapponese, il "duduk" armeno, la "kalimba" tanzaniana, tanto per citarne alcuni), ma, soprattutto, di quello straordinario dono dell'"ubiquità musicale" che ha fatto di lui un autentico "Bruce Chatwin delle sette note". E cioè un artista non comprimibile dentro generi, etichette e classificazioni, provvisto della medesima curiosità esploratrice del grande scrittore americano e, in aggiunta, di una immaginifica capacità di trasformare ricordi, emozioni e appunti di viaggio in fantasmagoriche sequenze di paesaggi immaginari. Come quello che compare in copertina del suo ultimo disco, elaborato da un'immagine del suo amico fotografo Michael Martin.
Ride di gusto, Stefan Micus, quando glielo facciamo presente, a concerto appena terminato. E dice che il paragone lo gratifica assai, "perché Chatwin è uno scrittore che adoro e che sento quanto mai vicino a me: anche se, tante volte, io non viaggio da solo, ma in compagnia di mia moglie e della mia figlioletta Yuko, di appena due anni e mezzo". E aggiunge che questo è proprio il modo migliore per iniziare un'intervista, "perché prende spunto dalle due cose che più adoro al mondo: la musica e i viaggi, fuori e dentro noi stessi...".

D'accordo, Stefan: partiamo proprio da qui. Ma prima dovresti togliermi una curiosità. L'ultima volta che ci siamo visti, un paio d'anni fa, mi dicesti che era tua intenzione comporre "musica per le montagne" nel tuo nuovo disco. E invece, qui, siamo in pieno deserto...
"Già. Il fatto è che sono stato conquistato dalla semplicità del deserto, da quella sua straordinaria capacità di ridurre tutto a puro silenzio. Il deserto è l'esatto opposto della giungla, che avevo già un pochino ispezionato nel mio disco precedente: "The garden of mirrors". E' l'unico posto al mondo in cui puoi comprendere il pensiero dei profeti biblici anche se non sei minimamente interessato alla religione e alla spiritualità. E' un luogo di profondità senza pari, insomma".

A quale deserto ti riferisci, in particolare?
"A quelli che ho ispezionato di persona, innanzi tutto: il Sinai, il Sahara, il deserto dei Gobi, il Takla Makan, il deserto dello Yemen, che è quello dove vado più spesso: in cammello con gli amici, prendendomi tutto il tempo necessario per entrare in armonia con il luogo... E poi a un deserto totalmente immaginario, ma straordinariamente potente, che è quello dei "giardini zen" giapponesi. Il Giappone non ha deserti, è ovvio, ma queste "copie inconsce" hanno la meravigliosa capacità di ricondurre chi le osserva alla medesima profondità del deserto: alla sua semplicità, al suo modo di donare rilassatezza e pace interiore. Proprio per questo parallelismo di situazioni c'è, nel mio disco, un tema - "First snow" - dal tipico andamento giapponese. E infatti lo interpreto con lo "shakuhachi", il flauto di bamboo usato nell'antichità nell'orchestra di corte dell'imperatore".

Vedo che, dopo un lunghissimo oblìo, hai anche ricominciato a usare il "sarangi", il tradizionale "violino" dell'India del sud...
"E' vero. Fa parte infatti del mio modo di essere quello di usare uno strumento per qualche tempo, e poi lasciarlo "riposare" per alcuni anni. Di modo che, quando lo riprendo, mi ritrovo fra le mani un qualcosa di quasi completamente nuovo, al quale mi posso avvicinare con una sorta di "grado zero" della consapevolezza. Anche per il "sarangi" è stato così. E infatti quello che uso in questo disco non è il tipico strumento indiano a tre corde: è un "sarangi" a dieci corde, che mi sono fatto costruire ad hoc da un artigiano. La stessa cosa vale anche per il "duduk", quella sorta di oboe dell'Armenia dalla sonorità particolarissima. Anche questo l'ho adattato alle mie esigenze, grazie all'abilità di un amico artigiano...".

E poi, per la prima volta in vita tua, usi una lingua reale - l'inglese - per cantare due canzoni: "For Yuko", dedicata a tua figlia, e "Contessa Entellina"...
"Già... E infatti alcune persone che mi conoscono bene sono rimaste di stucco nel sentirmi pronunciare parole reali - "When the clouds of sadness open I can see your eyes..." - in luogo dei miei soliti neologismi privi di senso. Capisco il loro stupore, ma sono convinto che questo sia soltanto un ulteriore passo lungo il cammino della mia evoluzione artistica".

Già che c'eri avresti potuto usare l'italiano per "Contessa Entellina", visto che si tratta di un paesino della Sicilia...
"E' vero, ma il mio italiano non è ancora sufficientemente buono per un compito del genere: anzi, è assolutamente pessimo! E poi, visto che quel che mi aveva intrigato di Contessa Entellina era la musicalità del nome, ho preferito lasciare le cose un po' più indistinte. Proprio come il panorama siciliano che mi si apriva davanti agli occhi guidando la mia Vespa in quell'estate del 1997, con 40 gradi all'ombra e un tasso di umidità niente male...".

Per concludere, Stefan: hai qualche altro viaggio che ti frulla per la mente?
"Questo sempre, perché la mia natura è intrinsecamente doppia. Da una parte io sono una persona estrememente abitudinaria, che passa otto mesi all'anno nella sua casa di Maiorca, a lavorare otto ore al giorno nel suo studio di registrazione: e deve fare tutte le cose a puntino, con grande ordine e assoluto senso della perfezione. Poi, all'improvviso, questa persona si trasmuta: è costretta a lasciare spazio al suo "alter ego", che non sopporta questa noiosissima sedentarietà e rischia di diventare pazzo se non si mette a girare il mondo. Quindi... parto!".

Per quale meta, se non sono indiscreto?
"Forse il Pakistan, dove sono già stato l'estate scorsa. E' stato un viaggio meraviglioso, che sognavo di fare da anni e mi ha arricchito enormemente. Però è stato anche un viaggio un po' troppo breve, cinque settimane appena, che non mi ha permesso di approfondire come avrei voluto la musica del luogo. Quindi vorrei ritornare, per imparare la tecnica del canto "qawwali" che mi piace tanto. Ti saprò dire...".

  Di Roberto Gatti

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