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Musica per l'anima

a cura di Roberto Gatti

 

Irlanda
L'isola dei canti

Una citazione illuminante, tanto per cominciare questa nostra breve deriva fra i marosi musicali d'Irlanda. Una citazione di Mìcheàl O' Sùillebhàin, il compositore - e pianista, e arrangiatore, e "music lecturer" allo University

College di Cork, Contea omonima -che ha trascritto "Caoineadh Eoin Rua", il traditional che compare in apertura del cidì accluso al numero 100 di "Meridiani", e che presto comparirà anche in un numero monografico della collana "Altri Suoni" (Red Edizioni). Dice dunque Mìcheàl: "La musica tradizionale deve scaturire da un incontro - qui e ora - di corpi nello spazio, di comunicazione istantanea fra le genti. E io penso che proprio da queste componenti derivino l'immediatezza, il calore e le 'radici' che fanno della musica tradizionale ciò che noi ben conosciamo". Cioè quel "corpo sonoro" che ha come caratteristica fondamentale la trasmissione orale, e che, secondo il ponderato parere del compositore Elmer Bernstein, intrattiene un rapporto diretto e immediato con la vita. Meglio ancora, "con quell'entità incontaminata e misteriosa che sgorga direttamente dall'anima delle persone, e che non fa ricorso nè al cervello nè alla mente per stabilire se una soluzione musicale può essere migliore di un'altra. La sceglie e la illumina per intuizione profonda, punto e basta".
Ora, l'Irlanda è probabilmente l'unico paese del mondo occidentale dove ancor oggi trasmissione orale e patrimonio musicale si incontrano e si fondono con ammirevole, armoniosa simmetria. Proprio come il famoso brandy di un tempo ormai lontano, questa sua stupefacente abilità di... "creare un'atmosfera" - osmotica, empatica, quasi al calor bianco - è il "must" capace di contagiare anche i musicisti abitualmente legati ad altre forme espressive; e, cosa ancor più importante, di preservare uno stato di immacolata purezza anche di fronte all'affermarsi di altri idiomi musicali, ben più invasivi e aggressivi.


A questo risultato si arriva non tanto attraverso un processo - alquanto accademico - di imbalsamazione delle forme; oppure, peggio ancora, accanendosi a tenere in vita, magari con una sorta di polmone d'acciaio dell'ultima generazione, un paziente dall'encefalogramma ormai piatto - e scusateci per la metafora fin troppo ardita. Vi si arriva, al contrario, grazie a un respiro vitale che ancor oggi coinvolge migliaia di teen-ager di ogni classe e ceto sociale, come ben sa chiunque abbia frequentato almeno una volta un qualunque pub dell'Isola di Smeraldo. E come non mancò di puntualizzare anche il regista inglese Alan Parker nell'ormai lontano 1990: quando, stabilitosi a Dublino per fare i primi casting del suo meraviglioso film "The Commitments", scoprì che in una città di 800mila abitanti (allora) vivevano e agivano... quasi 1000 band di ogni genere e specie!
Ma non divaghiamo, e puntiamo direttamente verso il cuore pulsante della tradizione irlandese, il Sean Nòs: termine gaelico che si potrebbe tradurre con "stile antico". Per dirla in breve, il Sean Nòs è una forma di canto senza accompagnamento, che ha tratto alcuni dei suoi elementi dalla poesia medievale dei bardi. Di straordinaria bellezza e grande intensità, possiede forme complesse e sofisticate quanto quelle della musica classica europea (il che suona quasi come un paradosso, visto che in Irlanda non esiste una musica "classica" quale la intendiamo normalmente noi). Nelle sue forme più alte ed "esoteriche", questa dell'estrema difficoltà è una delle sue caratteristiche più rilevanti: che lo rende inaccessibile alla stragrande maggioranza degli esecutori e degli ascoltatori di oggi. 
Un'altra caratteristica, alquanto comune, è poi quella del perfetto anonimato: non perché non esistano compositori (esistono, eccome!), quanto perché il loro ruolo riveste un'importanza del tutto secondaria rispetto alla natura della musica e alla qualità della performance. Che, al contrario di quanto accade nella "classica" europea (dove sarebbe inconcepibile aggiungere o togliere anche una sola nota alla partitura originale: una sonata di Beethoven, tanto per fare un esempio, va eseguita così com'è stata ideata e scritta, a suo tempo, dal nostro Ludwig Van), qui ammette ad abundantiam ornamenti e variazioni sul tema. Di modo che l'efficacia esecutiva di un qualunque reperto della tradizione dipende ampiamente dalla valentìa e dall'immaginazione creativa del performer: dalla sua abilità di concepire, hic et nunc, quella che il grande pianista olandese Misha Mengelberg ama definire "instant composition". Di modo che, qui, il performer ricopre, contemporaneamente, i ruoli di esecutore e compositore, e ogni volta esegue una "composizione" diversa, e ogni "composizione" è un esemplare unico e irripetibile. E in questo senso - particolarissimo ma estremamente significativo - si comprende come non esistano steccati di sorta fra traditional e jazz, sia arcaico che contemporaneo. E si comprende anche che cosa intendesse dire il grande Van Morrison, il Leone di Belfast, quando espose in un'intervista la sua "teoria certa": "Sono certo che la soul music nero-americana affonda le sue radici nelle musiche tradizionali di Irlanda e Scozia".
Sia quel che sia, la musica tradizionale irlandese con cui abbiamo a che fare oggi, agli albori del Terzo Millennio, ben raramente può essere classificata come "antica". Certo, conosciamo benissimo il fondamentale ruolo giocato dalla musica nell'Irlanda dei Druidi. Un ruolo tanto importante da essere abitualmente ricordato nella formazione delle tre categorie fondamentali del traditional: il Suantraì (che in senso lato potremmo definire ninna-nanna), il Geantraì (aria gioiosa) e il Goltraì (lamento). Ma, oggi, queste tre categorie vengono riproposte quasi alla stregua di altrettante invenzioni letterarie, e non hanno praticamente più alcun diritto di cittadinanza nella musica dell'Isola di Smeraldo: se non - forse - in una qualche lontana rimembranza dell'inconscio. Come nel caso di quella folgorante intuizione sfuggita un giorno a Mary Coughlan, strepitosa soul singer di Galway. La quale, volendo mettere a fuoco il suo ruolo specifico nel mare magnum della musica irlandese, si definì precisamente così: "Sono una cantante di sad songs". E non v'è chi non veda quali e quanti strettissimi nodi uniscano fra loro le "sad songs" di oggi e il Goltraì dell'epopea celtica.


Eppure, a dispetto dell'oblìo in cui sono piombati il Suantraì e i suoi due fratelli, esiste ancora uno strumento capace di sussumere dentro di sè un carattere magico - e dunque ancestrale, mitologico, druidico in senso stretto - e, contemporaneamente, un ruolo centrale nel panorama musicale dell'Irlanda contemporanea. Quasi inutile dirlo, questo strumento è l'arpa. Che infatti ritroviamo nel logo della Guinness, la "stout" per antonomasia, e sul "dritto" di tutte le monete della Repubblica, dal Punt in giù. E che rintracciamo anche in questa deliziosa leggenda, riportata da Evangelin Walton nel suo "I Mabinogion" (Garzanti): "Il re Embreiz Gudeling voleva dedicare un degno monumento ai Bretoni caduti durante la battaglia di Ambresbeere. Non trovando architetti all'altezza del compito, chiese l'aiuto di Merlino. Allora questi abbandonò la sua cara solitudine e, presentatosi a corte, così illustrò il proprio progetto: 'In Irlanda, sul monte Killare, esistono pietre di prodigiosa grandezza, poste in un cerchio e per questo chiamate la Danza dei Giganti. Solo la forza dello Spirito è in grado di sollevarle. Io vi propongo di porle qui, nel medesimo ordine'. Alla richiesta di Merlino si presentarono 15mila uomini, ma dopo un giorno di lavoro non una pietra si era mossa. Allora, al levare della luna, Merlino entrò nel cerchio delle pietre, salì sul dolmen centrale e suonò la sua arpa d'oro. A quel suono le pietre cominciarono a muoversi, dondolando luminose sul suolo, e, raggiunto il fiume, rotolarono davanti all'armata bretone, in una lunga spirale". Potenza celestiale dell'arpa!
In un tempo ormai lontano, essa era lo strumento per eccellenza di una ristrettissima elite di esecutori, musicisti di corte dell'aristocrazia gaelica e di alcune frange ultra-selezionate dell'Europa barocca, ed era suonata con le nude unghie di entrambe le mani. Ora, invece, l'arpa viene spesso suonata con particolari plettri, è diventata uno strumento "quasi di massa" (per citare un solo esempio curioso, nelle giornate soleggiate dell'estate irlandese è facile incontrare un eccellente suonatore d'arpa celtica, Steve Coulter, sul cucuzzolo del Connor Pass, lungo la strada che unisce Dingle a Tralee, Co. Kerry), ed è diventata l'epitome perfetta di quello stile che Màire Nì Chathasaigh definisce "neo irish": vale a dire la trasposizione per arpa della musica da ballo tradizionale irlandese. Dove agisce di concerto con gli altri strumenti "storici", primo fra tutti le Uillean Pipes.
Le Uillean Pipes fanno parte della vasta famiglia delle cornamuse, si dice che siano arrivate in Irlanda agli inizi del XVIII secolo e che siano state plasmate nella forma attuale verso il 1890. Hanno un temperamento alquanto nevrile e sono estremamente difficili da domare, tanto che per loro è stato creato un proverbio ad hoc: "Tre volte sette è il tempo giusto per le Uillean Pipes: sette anni di apprendimento, sette anni di pratica, sette anni di esecuzione". C'è poi il Bodhràn, il tamburo a cornice di foggia circolare, generalmente fatto di pelle di capra, che la leggenda tradizionalmente associa ai "Wren Boys": i ragazzi, generalmente mascherati, che suonavano - e ancor oggi suonano - per le strade durante il "Wrens Day": il "giorno dello scricciolo", il nostro Santo Stefano, il 26 dicembre (al riguardo, è forse utile ricordare che lo scricciolo era uno degli "animali totem" degli antichi Druidi, e che una leggenda scozzese sostiene che lo scricciolo avesse portato in volo una goccia del sangue di Gesù). Riportato in auge dal grande innovatore Sean O' Riada agli inizi degli anni Sessanta, il Bodhràn sembra uno strumento facilissimo da suonare, ma è vero l'esatto contrario. Infatti, quando chiesero a Seamus Ennis, il grande virtuoso di Uillean Pipes, quale fosse la maniera migliore per suonare il Bodhràn, lui, con caustico spirito irlandese, rispose: "Con un temperino".
Andiamo avanti, con flauti e zufoli. I flauti sono generalmente di legno, alquanto semplici nella loro tipologia e abitualmente suonati su un registro basso, con tono e intenti alquanto confidenziali. Gli zufoli sono invece di metallo - gli ormai famosi Tin Whistle - e hanno accenti alquanto acuti e striduli. Solo raramente assurgono al rango di strumenti solisti, e questo accade quando lo zufolatore di turno è dotato di abilità diabolica: per esempio Paddy Moloney, leader incontrastato dei Chieftains. Ci sono poi l'Accordion e la Concertina, entrambi appartenenti alla grande famiglia delle fisarmoniche: sempre più utilizzati nel fare musica quotidiano, a dispetto del giudizio, alquanto sprezzante, riservato loro da Sean O' Riada: "sgradevoli suoni d'importazione". Dulcis in fundo, ecco infine il Fiddle, il violino folk per antonomasia: molto popolare e utilizzato in ogni parte d'Irlanda. Nel suo caso, i puristi individuano due stili essenziali, entrambi associati ad altrettante regioni irlandesi: il primo è il cosidetto "Donegal Style", molto melodico e lineare; il secondo è lo "Sligo Style", molto più elaborato e scintillante. Entrambi eccellenti, in ogni caso, per esaltare le linee melodiche della "dance music" più tradizionale e coinvolgente.

A proposito di "dance music" - da non confondere con la "disco dance" di John Travolta e tardi epigoni, ovviamente. Sarà forse interessante sapere che un'indagine condotta nel 1985 ha stimato in almeno 6mila (!!!) i temi del patrimonio tradizionale irlandese, con l'aggiunta di centinaia e centinaia di variazioni sul tema. E che la stragrande maggioranza di questi 6mila (e rotti) temi è composta da jigs e reels, le figurazioni più classiche della musica da ballo irlandese, mentre tutto il resto (con le logiche differenze dovute agli stili regionali, alle modalità di apprendimento, al background culturale o al semplice gusto soggettivo) è appannaggio di polke, mazurke, hornpipes e highlands. Figure, queste ultime, in cui l'afflato scozzese è più che evidente.
Il denominatore comune di tutte queste musiche (e danze) è dato dal concetto di "round". Che, secondo l'illuminato parere di Mìcheàl O' Sùilleabhàin, "non è un'elucubrazione teorica... ma il feeling dei 'main pulses'". Che, tradotto in un linguaggio più prosaico, sempre per bocca del nostro Mìcheàl, suona più o meno così: "Se presti un minimo di attenzione ai segnali del tuo corpo, tu puoi distintamente sentire i 'main pulses' muoversi lungo di te, e puoi anche vederli andare su e giù lungo il corpo del musicista. E tu devi proprio imparare a guardarlo, questo tuo corpo, perché è molto importante in ogni genere di musica". Insomma, generalizzando e azzardando: nel momento in cui si diventa consapevoli del principio dei "main pulses", si schiudono anche le strade di altre, superiori, consapevolezze: quelle dell'ascolto, del suono, della gioia di fare musica. Tutte categorie (dell'anima) intimamente interconnesse fra loro, che si stimolano e si amplificano a vicenda. E importa davvero poco che oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, questa "traditional dance music" venga molto più spesso ascoltata che ballata. Perché, anche con un approccio così proditoriamente stanziale, mantiene intatta tutta la sua straordinaria energia vitale.
Quel che infatti non vuole più fare il corpo (o vuole farlo sempre di meno: pur se stanno riprendendo vigore in ogni parte dell'Irlanda, perfino dentro i pub, le scuole di "traditional dance music"), può sempre fare la voce. Con la sua dinamica intrinseca, i suoi imprevedibili salti di registro, la sua formidabile, particolarissima intonazione. Tanto per scoprire l'uovo di Colombo, possiamo dire che - Sean Nòs a parte - la suddivisione classica dell'Irish Singing prevede (almeno) due grandi filoni: il canto in lingua madre e il canto in inglese ("la lingua degli invasori", come ancor oggi la chiamano i fieri discendenti di Cùchulainn). Il primo è più antico e rituale, e dopo un lunghissimo periodo di abbandono sta ora vivendo una benaugurante fase di rinascita: soprattutto nelle Gaeltacht, le aree di resistenza gaelica. Il secondo è ovviamente più recente, si basa sulla tradizionale forma della "ballad", possiede una prodigiosa capacità di assorbire dentro di sè anche le più arcaiche influenze irlandesi: in modo da creare una sorta di fascinosissimo ibrido fra "stile" irlandese e "radici" inglesi. Che, secondo il nostro mentore Mìcheàl O' Sùilleabhàin, "può essere compreso soltanto inquadrando le ballate irlandesi della tradizione dentro un più generale contesto linguistico inglese".
Tutto questo, ovviamente, ha anche molto a che fare con l'eterna emigrazione irlandese in ogni angolo del mondo. Con la perdita della memoria e dei legami, con l'oblìo delle radici. Con quella che i fautori della Gaeltacht, con splendida espressione, chiamano Dinnseanchas: e cioè, letteralmente, l'insieme di fatti e credenze di un'intera comunità. Non è certo questo il luogo più opportuno per imbarcarsi in una disamina di questo genere. Ma giova ricordare che la Dinnseanchas è l'humus che consente al poeta Seamus Heaney, premio Nobel per la Letteratura, di affermare quanto segue: "l'Irlanda è molto di più di un luogo geografico: è un vero e proprio luogo della mente". 
"L'amore per la terra natìa e il lamento nei confronti dell'esilio, della lontananza dal proprio luogo di conforto, è un altro tipico risvolto della sensibilità celtica", dice ancora Heaney. E sarà per questo che le canzoni dell'Isola di Smeraldo cantano molto spesso l'amore per il paesaggio, lo splendore della natura e dei luoghi, il senso della solitudine che attanaglia la gola lontano da casa, il canto del mare e del vento, le nuvole che corrono velocissime in un cielo che solo l'Irlanda possiede. E sarà ancora per questo, probabilmente, che Tony MacMahon, formidabile virtuoso di Accordion della Contea di Clare, a un tale che gli chiedeva quali fossero gli ingredienti fondamentali di una qualunque ballata irlandese, diede questa lapidaria risposta: "I sentimenti antichi. La certezza che le rocce e le montagne e i fiumi sono abitati da spiriti: che non sono semplici spettri, ma autentici esseri in tre dimensioni. Ci sono molte canzoni irlandesi che parlano di tutte queste meraviglie: una delle più famose, per esempio, è 'Port na bPùcaì'. E proprio per questo mi piace suonarla".

  Di Roberto Gatti

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